LA MOUNTAIN CLINIC INAUGURATA A BOLZANO
Di Giancelso Agazzi
Lunedì 5 ottobre 2026, al NOI Techpark di Bolzano, si è tenuta l’inaugurazione dell’ambulatorio Mountain Clinic di Eurac Research. Fondato a Bolzano nel 1992, l’Istituto Eurac Research è un centro di riferimento internazionale per lo studio degli effetti dell’ambiente montano sul corpo umano.
L’evento ha riunito l’élite internazionale della medicina e della fisiologia della montagna per analizzare le future frontiere della ricerca clinica, anche per quanto riguarda la prevenzione.
La struttura, accessibile anche in convenzione con il servizio sanitario nazionale, offre consulenze multidisciplinari mirate a valutare e ridurre i problemi connessi alla permanenza in quota. Un servizio pensato non solo per chi pratica sport, ma anche per chi lavora o trascorre tempo libero in ambienti montani.
L’idea di creare l’ambulatorio è nata subito dopo uno studio, durato una quindicina di giorni, realizzato sulla cima dell’Ortler per osservare le risposte dell’uomo in alta quota. Poi, è stato messo a punto TerraXCube, il simulatore che permette di condurre studi di fisiologia in varie condizioni di clima e di quota, lavorando in stretta sinergia con la Mountain Clinic.
Dopo i saluti istituzionali, Giacomo Strapazzon ha presentato il nuovo ambulatorio, di cui è responsabile.
ll 40% dei pazienti che afferisce alla struttura proviene dalla provincia di Bolzano, il 20% da Trento e il restante 40% dal resto d’Italia e dall’estero (Svizzera, Austria, Germania). I pazienti si suddividono principalmente in:
-
- Professionisti della montagna (guide alpine, maestri di sci, atleti, soccorritori, operatori degli impianti a fune)
- Categorie vulnerabili (bambini, donne in gravidanza e anziani over 65).
- Persone con patologie croniche (cardiovascolari, respiratorie, neurologiche) che si espongono a quote superiori ai 2.000 metri.
- Soggetti già colpiti da male di montagna acuto (AMS) o a rischio di svilupparlo.
Andrew Luks, dell’University of Washington, ha tenuto una lettura magistrale dal titolo “Mountain Medicine: where we’ve been, where we are now, where to go next”. Il relatore ha illustrato l’evoluzione nel corso degli anni della medicina di montagna, delle consulenze cliniche e delle sfide future. Nei primi anni, la ricerca clinica si è concentrata prevalentemente sulle patologie acute da altitudine (mal di montagna acuto, edema cerebrale e polmonare da alta quota), studiandone l’epidemiologia, i fattori di rischio, la prevenzione e la gestione, grazie al lavoro di pionieri come Peter Hackett, Peter Bärtsch, Marco Maggiorini, Oswald Oelz, John Dickinson e Charles Houston. In seguito, con i contributi di esperti come Emmanuel Cauchy, Bruno Durrer ed Hermann Brugger, si è ampliata la conoscenza sui traumi da valanga, congelamenti e ipotermia. Intorno ai primi anni 2000 vi era tuttavia una lacuna significativa: pur conoscendo le emergenze e le patologie acute, mancavano prove scientifiche ed evidenze solide per consigliare adeguatamente le persone con patologie croniche o complesse (es. BPCO, enfisema bolloso, ipertensione polmonare) che desideravano salire in quota. Negli ultimi vent’anni si è registrato un forte incremento degli studi clinici, che ha permesso di fare luce su molti aspetti.
Per quanto riguarda l’apnea ostruttiva del sonno (OSA) si è scoperto che l’alta quota aumenta l’indice di apnea-ipopnea (con aumento delle apnee centrali), peggiorando concentrazione e tempi di reazione; tuttavia, studi recenti hanno dimostrato l’efficacia di trattamenti combinati, per esempio, acetazolamide associato all’impiego del dispositivo CPAP. Nel campo dei trapianti di organo sono state documentate le esperienze di pazienti che, dopo l’intervento, hanno affrontano spedizioni ad alta quota: dall’analisi dei parametri fisiologici, della funzione polmonare e dei livelli di farmaci immunosoppressori è emerso che in molti casi la salita si è svolta con successo. Sono stati condotti studi su pazienti con patologie cardiovascolari, respiratorie e persino psichiatriche (ansia, depressione, PTSD), dimostrando in molti casi un miglioramento dei sintomi psicologici dopo la salita. Grazie a queste evidenze, la classe medica dispone oggi di linee guida più strutturate e basate sull’evidenza (come quelle della Società Europea di Cardiologia o dell’American Heart Association) per consigliare i pazienti a rischio.
Il relatore ha individuato tre aree principali su cui focalizzare il lavoro futuro:
1.Estendere la ricerca a nuove categorie di persone
-
- Pazienti con patologie croniche: è necessario studiare meglio le malattie neurologiche, il diabete (integrando l’uso di moderni sistemi di monitoraggio del glucosio e microinfusori) e le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI).
- Donne in alta quota: è urgente raccogliere più dati sulle specificità femminili, come previsto da future spedizioni di ricerca dedicate (per esempio “IceShare” nel 2027).
- Anziani: sempre più persone anziane affrontano vette elevate, ma mancano dati specifici su come varino le performance, la saturazione e i dosaggi profilattici dei farmaci.
2.Approfondire le tecniche di acclimatazione alla diminuzione di ossigeno (ipossia):
-
- L’uso delle tende ipossiche prima delle spedizioni è in forte aumento, ma i dati della letteratura medica circa la loro reale efficacia, i protocolli ideali (ore a notte, settimane di utilizzo) e l’impatto sulle prestazioni a quote estreme sono ancora limitati e richiedono standardizzazione.
3.Migliorare i test predittivi dei rischi individuali:
-
- Sebbene esistano strumenti come il test di Richalet, è necessario sviluppare test predittivi meno costosi e più affidabili, specialmente per i pazienti più vulnerabili e fragili.
- Infrastrutture avanzate come il TerraXCube offrono opportunità uniche per sviluppare protocolli di test in ipossiemia ipobarica prolungata e sotto sforzo fisico.
Il professor Jean Paul Richalet, fisiologo dell’Université Sorbonne Nord e dell’INSERM di Parigi, ha preso la parola per affrontare il tema del test di esercizio ipossico. Richalet ha fondato il primo ambulatorio di medicina di montagna nato per fornire consulenze sui problemi derivanti dall’esposizione all’alta quota. Il test, utilizzato da oltre 35 anni, prevede l’esposizione del soggetto a una miscela gassosa ipossica (per esempio, FiO2 dell’11,5%, equivalente a circa 4.800 metri) associata a uno sforzo fisico controllato al cicloergometro. Lo Score SHIN combina dati clinici, fisiologici e comportamentali, tra cui la rigorosa regola dei 400 metri di dislivello massimo al giorno sopra i 3.000 metri, per identificare i soggetti ad alto rischio di sviluppare forme gravi di mal di montagna. Il test permette di evitare la prescrizione indiscriminata di farmaci, come l’acetazolamide, per la prevenzione del male acuto di montagna (AMS). Questa profilassi può essere così riservata ai soggetti effettivamente a rischio.
Andrea Ponchia, cardiologo di Padova, e Benjamine Levine, cardiologo dell’Institute for Exercise and Environmental Medicine di Dallas, ha parlato dei fattori di stress in quota. L’organismo in montagna è esposto a ipossia, freddo e stress psicofisico. Per quanto riguarda la capacità funzionale il massimo consumo di ossigeno (VO2 max) diminuisce dell’1% circa ogni 100 metri sopra i 1.500 metri: a 4000 metri c’è, dunque, una riduzione del venti-trenta per cento. Il test da sforzo ipossico in cardiologia è particolarmente utile in pazienti con coronaropatia, insufficienza cardiaca o ipertensione polmonare. L’ipossia acuta aumenta la frequenza cardiaca e riduce la soglia oltre la quale compare l’ischemia miocardica. La morte cardiaca improvvisa si verifica più frequentemente negli uomini anziani durante i primi giorni di esposizione alla quota. Tuttavia, un’acclimatazione anche minima (per esempio dormire una notte a quota moderata) riduce drasticamente il rischio.
Lorenza Pratali, cardiologa dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, ha parlato dell’eco-stress che rappresenta uno strumento non invasivo fondamentale per studiare la riserva contrattile del ventricolo sinistro, la riserva coronarica microvascolare e la risposta della circolazione polmonare. L’aumento delle pressioni polmonari in quota comporta una dilatazione del ventricolo destro. L’approccio multiparametrico (valutazione di indici come TAPSE e rapporti pressori) permette di distinguere i soggetti sani o compensati da quelli con prognosi sfavorevole.
Annalisa Cogo, pneumologa dell’Università di Ferrara, ha parlato dei pazienti asmatici che possono trarre beneficio dall’alta quota per la minore umidità e scarsità di allergeni, a patto che la malattia sia rigorosamente controllata e si presti attenzione al broncospasmo da aria fredda. I pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva presentano una riserva ventilatoria ridotta o assente. Devono viaggiare solo in condizioni di stabilità clinica (almeno due settimane e un mese di recupero da eventuali riacutizzazioni). La relatrice ha illustrato il test di simulazione in alta quota (HATS). Sebbene utile, presenta limiti di sensibilità e di valore predittivo nei pazienti con BPCO, indicando quando è opportuno l’uso di camere ipobariche.
Marika Falla, neurologa dell’Eurac di Bolzano, ha parlato delle linee guida esistenti per i pazienti affetti da malattie neurologiche che vanno in montagna. Fondamentale è la stabilità della malattia, che rappresenta il criterio principale da valutare prima di salire in quota.
Tra le controindicazioni:
-
- Ictus/TIA recenti (< 3 mesi)
- Epilessia
- Parkinson
- Emicrania
Elettra Libener, medico dell’Azienda SABES-ASDAA dell’Alto Adige, ha parlato della sorveglianza sanitaria per gli operatori del CNSAS, di cui fanno parte prevalentemente maschi con un’età media di 45-48 anni, che affrontano carichi di lavoro elevati in condizioni estreme. Sono sottoposti a controlli medici periodici rigorosi, equiparati allo sport agonistico, che includono ECG, spirometria e test da sforzo. Tra le criticità riscontrate una percentuale di positività agli screening cardiologici, che spesso richiedono esami di secondo livello come eco-stress o TAC coronarica, evidenziando la necessità di linee guida specifiche per gli atleti master e i soccorritori.
Peter Hackett, medico statunitense dell’Institute for Altitude Medicine, ha parlato della telemedicina e delle sue prospettive future. La telemedicina e i dispositivi indossabili avanzati (pulsossimetri di fascia alta, monitor portatili per il monitoraggio del sonno come WatchPAT) consentono di seguire i pazienti a distanza, valutare l’ossigenoterapia notturna e impostare strategie preventive. Tra le tecnologie emergenti l’uso di sistemi di connessione satellitare avanzata, come Starlink, un sistema che sta rivoluzionando la trasmissione in tempo reale di dati clinici e diagnostici direttamente dalle aree remote del pianeta.
Anna Pedrinolla, ricercatrice del CeRiSM, Università di Verona, e Nicola Borrasio, medico dell’Università di Padova, hanno parlato della ricerca nell’ambito della medicina di montagna. il medico solleva il quesito clinico, mentre TerraXcube permette di studiarlo in modo sicuro e riproducibile, simulando la pressione ipobarica presente in alta quota. Gli studi sul campo (escursionismo, spedizioni sul K2) confermano i dati nella realtà ambientale complessa. L’uso di tende ipossiche o protocolli mirati prima della partenza per una spedizione alpinistica o per un trekking extra-europei puntano a ridurre il rischio di AMS e a preservare la tolleranza all’esercizio, sebbene la letteratura richieda ancora standardizzazione e dati più approfonditi.