La medicina di montagna al tempo del SARS-COV-2. Sicurezza e responsabilità individuale e collettiva, raggiungimento di obiettivi individuali e collettivi saranno le nuove parole chiave del nostro adattamento al nuovo modo di vivere

Autore: Giancelso Agazzi

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La “spagnola” nella Guerra Bianca e la CoVid-19:  analogie e differenze tra passato e presente

I tempi tristi e dolorosi della pandemia di febbre spagnola sono lontani, ma la situazione che oggi ci troviamo a dover fronteggiare riporta a quei terribili momenti.

Quello che è stato definito il più grande olocausto medico occorso nella storia si verificò tra il 1918 e il 1920. La “grande influenza”, come allora venne chiamata,  giunse dalla Cina, si manifestò con tre ondate: la prima benigna, la seconda terribile (tra l’estate e l’autunno) e la terza meno virulenta, limitata ad alcune regioni, ma con strascichi che si prolungarono quasi per tutto il 1920. Sul fronte del Trentino uccise più persone della guerra tra militari e civili. I morti in Italia furono circa 600.000.

 Un mio zio, partito volontario negli Alpini, dopo aver falsificato la carta d’identità perché troppo giovane per essere accettato se avesse presentato quella autentica, venne assegnato in un primo tempo al passo di  Lagoscuro in alta Valle Camonica per essere poi mandato a Edolo. In prima linea non ci poteva andare per questioni anagrafiche. E’ da lui che si è saputo dei numerosi soldati uccisi dal virus e poi portati con la carriola negli ospedali militari. Un altro zio, tenente degli Alpini, nel settembre del 1918 nella zona del passo del Gavia, non fece in tempo a dare l’ultimo saluto alla giovane moglie colpita dalla malattia. Un terzo dei soldati morti nella zona dell’Adamello pare sia deceduto a causa per l’epidemia. Merita di essere considerato con attenzione un articolo pubblicato il 2 ottobre 1918 sul quotidiano La Provincia di Brescia, dove sono elencate le direttive emesse dal Medico Provinciale e dalla Prefettura di Brescia nel tentativo di arginare la diffusione della pandemia influenzale (estratto dal volume “I cimiteri militari della Guerra Bianca sul fronte dell’Adamello”, edito dal Museo della Guerra Bianca di Temù, in fase di pubblicazione). Molte delle direttive sono sovrapponibili a quelle attuali messe a punto per proteggersi dal nuovo coronavirus, il Sars-CoV-2. Venne richiesto l’utilizzo di maschere di tessuto nei luoghi pubblici per evitare il contagio e raccomandato l’uso del chinino di Stato come tonico. Nella pubblicazione “Guerra Alpina sull’Adamello 1917-18” di Vittorio Martinelli è riportata una lettera del sottotenente Giovanni Rolandi in cui racconta che il 13 maggio 1918 un’epidemia influenzale (“spagnola primaverile”) colpì in modo inaspettato,  per un solo giorno, i soldati del battaglione Monte Mandrone accampati per gran parte in tenda presso il rifugio Garibaldi, ritardando l’azione in programma. Nello stesso libro si racconta che nei mesi di novembre e dicembre 1918 la “spagnola autunnale” decimò i battaglioni in Alto Adige, durante la sua seconda ondata. I soldati del battaglione Mandrone, immunizzati, non si ammalarono, a eccezione di dieci Alpini che nel mese di maggio non erano stati al rifugio Garibaldi.

Famiglie intere vennero distrutte. Si utilizzava il legno dei mobili per fabbricare le bare che non bastavano mai.

La città di Gunnison, nelle montagne del Colorado a 2300 metri di quota, alla fine del 1918 evitò il contagio grazie a un isolamento totale dal resto del mondo durato due mesi.

Leggendo questi racconti, si ha l’impressione che la nostra attualità sia un ritorno ad allora, un viaggio a ritroso nel tempo. In passato, però, la censura non permetteva di diffondere le notizie più tragiche, che avrebbero ulteriormente sconvolto le truppe e la popolazione già provate dalla guerra. Ed è alla censura che si deve l’aggettivo “spagnola”: in quel momento storico la Spagna era neutrale e i suoi giornali, privi di bavagli, potevano liberamente pubblicare notizie sulle morti via via più numerose, quindi descrivere le sue reali dimensioni dell’epidemia. Così passò l’idea che la “grande influenza” fosse un problema sostanzialmente iberico.  In Italia non si poteva neppure pronunciare il termine “spagnola” e in alcune città, per ordinanza del prefetto, non si potevano neppure suonare le campane a morto. Per ordine del Primo Ministro Emanuele Orlando vennero vietati i cortei funebri e i necrologi.

Non esistevano tanti mezzi di protezione, la gente non era molto consapevole, ma alcune situazioni erano simili a quelle attuali. Anche allora gli scienziati discutevano e polemizzavano tra loro, sostenendo opinioni tra loro contrastanti e cercando di individuare le cause della terribile malattia infettiva. Vittime preferite dell’epidemia uomini e donne nel pieno della giovinezza, ma anche bambini. I rimedi si limitavano alla cura dell’igiene personale e alla somministrazione di pastiglie e di sciroppi prima impiegati contro il raffreddore. Al riguardo si ipotizza che numerose morti furono causate dall’assunzione di esagerate quantità di aspirina: le autorità mediche dell’epoca raccomandavano di contrastare la spagnola con 30 grammi al giorno. Oggi si sa che dosi superiori a quattro grammi risultano tossiche per l’organismo e, quindi, possono peggiorare una condizione di malattia.

I rimedi casalinghi comprendevano gargarismi con bicarbonato di sodio e acido borico, impacchi di sale nelle narici e cipolle (per le loro virtù depuranti) a tutti i pasti.

La pandemia si prolungò per circa un paio di anni seminando morte, poi si risolse all’improvviso tra il gennaio e il febbraio del 1920. Il 60-70 per cento delle morti avvenne in un periodo incredibilmente breve di circa 15 settimane, tra la fine di settembre 1918 e l’inizio di gennaio 1919. Solo nel 1933 venne dimostrata l’origine virale della malattia, prima ritenuta di origine batterica. Allora come adesso i medici civili e militari si dovettero impegnare duramente per curare gli ammalati.

Negli anni ‘90 il microbiologo svedese Joahn Hultin isolò Il virus (H1N1, nome scientifico del virus influenzale di origine aviaria) nel tessuto polmonare di alcuni corpi umani sepolti nel permafrost nel villaggio di Brevig in Alaska.

 

L’ epidemia da Sars- CoV-2 e la medicina di montagna

A fronte dell’attuale pandemia, la medicina di montagna entra in gioco per aiutare i frequentatori della montagna, giustamente smaniosi di ritornare a frequentarla dopo mesi di forzata lontananza. È certo che, dopo un periodo di confinamento, alpinisti, scalatori, escursionisti, sciatori, abbiano un solo desiderio: tornare sulle montagne. Ma per farlo ci si dovrà adattare a una realtà nuova e nuove saranno le regole da seguire.  

 Il mondo è cambiato, quanto accaduto negli ultimi due mesi, quasi di sicuro ha segnato una svolta nel nostro modo di vivere, nel nostro modo di consumare, viaggiare e anche frequentare la montagna. Vanno rispettati ruoli e normative che varieranno da regione a regione e i criteri guida a cui tutti dovranno attenersi sono la prudenza e il rigore.

Oggi l’ondata dei contagi e con essa il rischio di contrarre la CoVid-19 non sono ancora passati e bisogna tenerne conto. Ecco i punti chiave:

·      In caso di febbre, tosse, perdita dell’olfatto, sensazione di spossatezza, malessere diffuso si deve restare a casa e contattare il proprio medico curante.

·      Prima di partire per un’escursione è bene consultare le previsioni meteo, evitando il brutto tempo: la montagna sa aspettare (ma questo valeva anche prima della pandemia).

·      Lavarsi le mani o, in alternativa, detergerle con un gel disinfettante, coprirsi la bocca con il gomito quando si tossisce, usare la mascherina quando necessario, cioè in caso di assembramenti. Evitare l’uso promiscuo di cibo, borracce e bicchieri.

·      Prima di ritornare in montagna, se si è stati inattivi per settimane, è opportuno ricominciare ad allenarsi con gradualità, in base a capacità e condizione di salute generale. Fino a quando non si recupera una perfetta forma fisica è necessario evitare escursioni troppo impegnative. Un soggetto che fa un’attività fisica intensa va incontro a un rischio maggiore di immunosoppressione e, quindi, di contrarre l’infezione. L’imperativo categorico è: Ricominciamo con passo lento, quello dei veri montanari.

·      Non recarsi in montagna da soli. Visto che è necessario rispettare il distanziamento, ci si può recare con una persona convivente o con un congiunto. Se si va da soli, è d’obbligo evitare percorsi difficili.

·      Particolare attenzione dovranno prestare i soggetti anziani, i disabili e coloro che sono portatori di patologie croniche in quanto più vulnerabili. Chi è reduce da una polmonite da Sars-CoV-2 è bene aspetti qualche settimana prima di far ritorno in montagna. Comunque sia prima di andare deve sottoporsi a una visita di controllo.

 

RIMETTERSI IN FORMA: ECCO COME

Per quanto riguarda l’allenamento in vista della ripresa delle escursioni si può partire con un’ora di attività motoria tre volte per settimana su itinerari poco impegnativi. Uno sforzo moderato (consigliabile!) è quello che si compie riuscendo a canticchiare o fischiettare o a chiacchierare con un compagno.

Una regola utile per calibrare lo sforzo è basarsi sulla frequenza cardiaca: va ricordata la formula 220 meno l’età, la frequenza del massimo sforzo; è bene stare tra il 50 e il 70% della stessa. L’utilizzo del cardiofrequenzimetro rende tutto più semplice.

Importante anche la cura dell’alimentazione e dell’idratazione. La dieta corretta ha i seguenti requisiti: è varia, ricca di vegetali e ragionevolmente calorica. Ogni alimento deve concorrere, con le sue specifiche proprietà nutrizionali, a garantire un apporto completo di tutte le sostanze necessarie al buon funzionamento dell’organismo. La dieta mediterranea  (pasta, verdura, legumi, pesce azzurro, olio extra-vergine di oliva) è una preziosa alleata della salute soprattutto perché è in grado di rafforzare il sistema immunitario, attualmente e in attesa della messa a punto di farmaci e vaccino unica arma davvero efficace di cui si dispone per contrastare il nuovo coronavirus e la malattia che causa, la CoVid-19.

I principi attivi che meglio sostengono le difese naturali dell’organismo sono:  le vitamine A, B, C, D, i sali minerali, i probiotici o fermenti lattici. Questi ultimi  sono microrganismi viventi che favoriscono l’attività benefica del microbiota intestinale, indispensabile per l’efficienza del sistema immunitario.

L’alcol e il fumo vanno aboliti, perché indeboliscono l’organismo, rendendolo più vulnerabile, eventualità pericolosissima soprattutto nell’attuale stato di emergenza sanitaria.

 

Da non dimenticare

Occorre rispettare le Terre Alte, i luoghi e le popolazioni di montagna.

Dobbiamo difendere la montagna per proteggere la nostra salute.

I rischi devono essere valutati con attenzione, ricorrendo all’uso del buon senso.

Oggi più che mai la responsabilità individuale entra in gioco per la tutela di tutti

Proteggere gli altri significa automaticamente proteggere se stessi

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Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

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