Ancora una volta

Autore: Giancelso Agazzi

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Vel.
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Avrebbe potuto essere l’ultima volta, magari la più bella.

Quel mattino di ottobre si era alzato prestissimo, proprio come era solito fare cinquant’anni prima, quando con i suoi amici, andava a caccia su quelle montagne.

Aveva voluto partire con il buio, alle due di notte, per arrivare lassù alle prime luci dell’alba.

Era moltissimo che non vedeva quella lunga valle circondata da vette severe. Conosceva ogni angolo di quei luoghi.

Lasciata l’auto aveva incominciato a salire i tornanti angusti della mulattiera militare, tra abeti e ontani. Nell’aria sentiva il profumo dei rododendri e tutti gli odori del bosco. Non gli pareva che i tronchi degli alberi fossero così fitti. Nel corso degli anni erano molto cresciuti.

Qualcosa era cambiato. Dopo circa un’ora di cammino era arrivato alla grande vasca, posta accanto al vecchio rifugio. Saliva in silenzio, senza torcia, come allora, per non farsi vedere. Gli era rimasta questa abitudine.

Dal rifugio alla malga ci volevano ancora due ore di cammino, in piano, lungo la riva sinistra orografica di un torrente impetuoso.

Una volta raggiunta la baita, aveva attraversato un ponte di legno. La montagna era ancora avvolta dalle tenebre e dal silenzio.

 Si udiva soltanto il rumore dell’acqua. Si ricordava di quante volte aveva fatto quel tragitto d’inverno, con sulle spalle i camosci, quando tutto era coperto di neve e di ghiaccio e camminare era difficile e faticoso.

Giunto alla fine della valle, abbandonato il piano, prese a salire lungo il crinale ghiaioso della morena.

Allora si poteva cacciare, ora la zona era diventata parco naturale. Salì ancora per più di un’ora per arrivare dove un tempo avrebbe incominciato a cercare le prede. Superò un canale insidioso, lungo il quale si doveva arrampicare.

Giunto a circa 2800 metri di quota fece una sosta, mentre le luci dell’alba coloravano il cielo. Quest’ultimo, prima coperto di nubi, divenne limpido e tinto di rosa. Camminava ancora abbastanza spedito e in meno di mezz’ora arrivò fino alla bocchetta, giusto in tempo per essere accolto dal sole fin dal suo primo sorgere. Nell’ultimo tratto dovette arrampicare un po’. Vide giù in basso, con un breve sussulto di piacere, i luoghi impervi dove era solito cacciare i camosci. Si ricordò degli sforzi fatti per caricarli a spalla e portarli a valle. Davanti a sé, verso oriente, le vette innevate di alcune montagne alte più di 3000 metri. Allora era giovane e nulla gli pesava. Si sedette in mezzo all’erba ai piedi delle rocce, vicino a una vecchia postazione militare, fatta di muretti a secco, e fece uno spuntino. In basso sentiva i fischi delle marmotte. Un vento fresco gli soffiava in faccia. Poi, estratto il cannocchiale dallo zaino, incominciò a scrutare i pendii scoscesi della vallata, alla ricerca dei camosci. Più in basso ne vide alcuni intenti a pascolare. Decise, poi, di scendere più in basso sull’altro versante, seguendo la traccia del sentiero. Camminando lo assalirono tanti ricordi, tante albe. Partiva con il buio e ritornava con il buio, “da stella a stella” come era solito dire. Girovagò tutta la mattina e, poi, risalì di nuovo alla bocchetta per iniziare a scendere. Non c’era un sentiero e doveva camminare su enormi blocchi di granito, molto instabili. A nord la valle era dominata dalla seraccata di un ghiacciaio, con una cascata che usciva fragorosa dalla bocca del ghiacciaio stesso. Era un po’ stanco e si fermò a riposare e per bere una sorsata di acqua. Imboccò il canale che aveva percorso centinaia di volte sempre carico. Incominciò a scendere. Ad un certo punto non si accorse di un tratto ghiacciato che lo tradì. Scivolò e, a testa in giù, incominciò a rotolare verso il basso. Allora si sarebbe sicuramente fermato, attaccandosi alle rocce, ma quel giorno non ci riuscì. Precipitò per un centinaio di metri, andando a sbattere con la testa contro le rocce che, per fortuna, lo fermarono. Il forte fisico lo sostenne. Dopo un attimo di smarrimento, si riprese. Era ferito, aveva una gamba dolorante, ma, pur non potendo più camminare, riuscì a ripararsi sotto la grande roccia che lui ben conosceva e che lo protesse dal freddo e dalla notte. Furono i suoi amici che, il giorno dopo, non avendolo visto ritornare lo andarono a cercare e lo trovarono. La sua tempra dura lo aveva salvato.

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Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

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