ULTIMISSIME SULL’IPOTERMIA DALL’INGHILTERRA

Autore: Giancelso Agazzi

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Il 20 maggio 2026 è stata organizzata a Hathersage, nel Peak District, in Inghilterra la giornata dedicata all’ipotermia. Moderatori della prima sessione Beat Walpoth, cardiochirurgo di Ginevra e John Ellerton, past president della commissione medica della Cisa-Ikar.

Beat Walpoth è stato il primo relatore con una presentazione dal titolo “Defibrillation of arrested hypothermic patients- an International Hypothermia Registry Study”.  È stato illustrato uno studio retrospettivo sulla defibrillazione realizzato su pazienti colpiti da ipotermia accidentale, con una temperatura del core inferiore a 30°C. I pazienti affetti da ipotermia accidentale profonda possono andare incontro ad arresto cardiaco. La defibrillazione è indicata in caso di un ritmo shockabile. In ambiente pre-ospedaliero a basse temperature la defibrillazione può costituire un intervento salva-vita. Le raccomandazioni cambiano in base al numero delle defibrillazioni e alle temperature, in accordo con le linee guida ERC/AHA/WMS. Nel corso di riscaldamento mediante ECLS la defibrillazione può essere effettuata a una temperatura corporea di 30°C. La fibrillazione ventricolare spesso ricompare nonostante una defibrillazione iniziale riuscita e la comparsa del ROSC. La defibrillazione/rianimazione possono richiedere l’impiego delle catecolamine. Va accertata la possibilità di defibrillare pazienti ipotermici prima e durante il riscaldamento mediante ECLS, in correlazione con la temperatura corporea. Il supporto dell’ECLS può essere vantaggioso per la defibrillazione, mentre l’utilizzo delle catecolamine può essere utile, come pure il numero delle defibrillazioni. Va considerato anche l’Hope Score. Il successo della defibrillazione è pari al 25% prima del riscaldamento con una temperatura corporea di 25,8°C. La temperatura corporea rappresenta un fattore di tipo predittivo indipendente e forte. Alti valori di lattato/potassio fanno diminuire la possibilità di defibrillazione. L’Hope Score correla con il successo della defibrillazione.

Evelien Cools, anestesista pediatrica, Air Zermatt, medico di emergenza di Swiss Alpine Rescue, ha parlato di “Hypothermia Guidelines”. Le nuove linee guida ELSO (Extracorporeal Life Support Organization) si propongono formare i medici e le altre figure professionali circa il trattamento dei pazienti ipotermici mediante ECMO. Si è creato un team costituito da medici anestesisti, medici dell’emergenza, cardiochirurghi e medici di terapia intensiva, provenienti da Europa, Giappone, America del Nord e del Sud e da speleologi (Himalaya, NZ). Nel 2025 sono state messe a punto linee guida riguardanti l’uso dell’ECMO in caso di ipotermia accidentale. È stata definita l’”Hypothermia Chain of Survival” (No one is dead until warm and dead) che comprende il riconoscimento dello stato di ipotermia per prevenire un ulteriore raffreddamento e l’arresto cardiaco. In ambiente pre-ospedaliero il paziente ipotermico va valutato, confermando la possibilità di effettuare l’ECMO. Sono molto importanti la scelta dell’ospedale dove trasportare il paziente e la comunicazione riguardante la sua condizione. In ambiente ospedaliero va valutato se il riscaldamento mediante ECMO è indicato e, poi, va effettuata la “post rewarming care”. In caso di paziente affetto da ipotermia accidentale si deve contattare il team ECMO. L’ECLS è indicato nei pazienti ipotermici con temperatura corporea inferiore a 30°C con emodinamica instabile (PA <90 mmHg e/o aritmia ventricolare), o in arresto cardiaco ipotermico con una probabilità di sopravvivenza fornita dall’Hope Score uguale o inferiore al 10%. L’arresto cardiaco di tipo ipotermico è diverso da quello normotermico. In caso di arresto cardiaco ipotermico, non vanno applicati i criteri per ECPR (Extra-Corporeal Cardio-Pulmonary Rescuscitation) che vengono applicati ai pazienti normotermici. Nella fase ospedaliera, prima del trattamento mediante ECMO, va continuata la CPR, va misurata la temperatura del core (possibilmente transesofagea), va misurato il potassio plasmatico e deve essere utilizzato l’Hope Score ai fini della valutazione della probabilità di sopravvivenza, con conseguente indicazione al riscaldamento con ECLS. L’ECMO conduce a risultati migliori, stabilizza i sistemi cardiovascolare e respiratorio, compensa i disordini metabolici, è mobile, di piccole dimensioni e richiede meno eparina. La velocità di riscaldamento deve essere superiore a 5°C/ora. L’ECMO può essere interrotta quando la temperatura corporea è superiore a 35°C.

Peter Paal ha, poi, parlato di “Which scoring System for which hypothermic patient?”. Si conoscono vari sistemi di staging e di scoring: Swiss staging, Wilderness Medical Society Hypothermia staging e revised Swiss staging. Cruciale è la distinzione tra immersione e sommersione. Il 5 A score è stato inventato per predire la mortalità ospedaliera tra i pazienti affetti da ipotermia accidentale e per discutere la strategia del trattamento. L’Hope Score costituisce il golden standard circa la probabilità di sopravvivenza dopo il riscaldamento con ECLS nei pazienti con arresto cardiaco ipotermico. Il 5A score è adatto per i vecchi in arresto cardiaco. L’Hope Score è universale e si basa su età, sesso, temperatura del core, potassio plasmatico, asfissia e durata della CPR. L’Help Score (Hemoglobin, Exposure outdoor, Lacate, Potassium) è rivolto ai pazienti senza asfissia. Si basa su indoor/outdoor cooling, emoglobina, potassio e lattato plasmatici. Vengono inclusi adulti con più di 18 anni di età, pazienti in arresto cardiaco ipotermico, con temperatura del core uguale o inferiore a 28°C e riscaldati con ECLS. L’arresto cardiaco ipotermico è un evento raro.

Mathieu Pasquier, medico di emergenza del CHUV, Hôpital Universitaire de Lausanne, ha parlato di “Hypothermia mimics and Chameleons”. Un falso stroke è una condizione di non stroke che si presenta con sintomi simili, portando a una falsa positiva diagnosi di stroke. Uno stroke camaleonte è un vero stroke che si manifesta con sintomi inusuali, non classici che portano a una diagnosi falsa negativa. Una falsa ipotermia è una condizione di non ipotermia che si presenta con sintomi simili, che porta a una falsa diagnosi positiva. Una ipotermia camaleonte è una vera ipotermia che si manifesta con sintomi inusuali, non classici, che porta a una diagnosi falsa negativa. Le conseguenze di una falsa ipotermia possono comprendere una sotto diagnosi e un sotto trattamento ed esporre a un potenziale trattamento dannoso per l’ipotermia. Le conseguenze cliniche di un’ipotermia camaleonte possono includere un’ipotermia non riconosciuta con sintomi non tipici, un trattamento e una diagnosi sbagliati ed esporre a trattamenti futili e potenzialmente dannosi.

Les Gordon, Raimund Lechner e Peter Paal hanno parlato di “Non ECLS rewarming of patients with severe hypothermia”. È stata effettuata una review su report di casi di ipotermia severa riscaldati con metodi non ECLS. Tra i criteri scelti: qualsiasi lingua, qualsiasi età, caratteristiche cliniche quando trovate, metodi di riscaldamento utilizzati e risultati. L’età andava da zero a 102 anni. Nel 38% dei casi si trattava di ipotermia primaria, nel 62% di ipotermia secondaria, nel 41% di pazienti dipendenti da farmaci o da alcool. Segni vitali erano presenti all’arrivo dei soccorritori nel 78% dei casi. Nel 7% dei casi la prima temperatura corporea registrata era inferiore a 20°C, mentre nell’86% dei casi era compresa tra 20 e 28°C. Nel 16% non è stata dichiarata. Nel 10% è stata misurata in vescica, nel 9% epitimpanica, nell’8% transesofagea, nell’1% intravascolare, nell’1% a livello nasofaringeo. Il 23% dei pazienti era cosciente. In 150 casi il pH era stato misurato, in 130 casi è stato determinato il potassio plasmatico, mentre in 53 casi è stato determinato il lattato plasmatico. Tra i metodi di riscaldamento nel 64% liquidi caldi, nel 46% coperte, materassi o heat pack, nel 32% aria forzata calda, nel 25% aria calda inalata. Il lavaggio peritoneale è stato eseguito nel 19% dei casi, quello gastrico nel 15%, quello toracico nel 9% e quello vescicale nel 15%. Alcuni metodi di riscaldamento sono stati utilizzati simultaneamente. Nel 56% dei casi la velocità di riscaldamento è stata uguale o inferiore a 2°C/ora. In quattro casi la velocità di riscaldamento è stata superiore a 6°C/ora. Nel caso di arresto cardiaco ipotermico dieci pazienti sono andati in arresto in presenza di testimoni, sedici durante il trasporto in ospedale e 35 in ospedale. L’86% dei pazienti è sopravvissuto, il 14% è deceduto. L’80% dei sopravvissuti ha recuperato completamente. In conclusione un sistema di riscaldamento non ECLS è fattibile. La mancanza di segni vitali al momento del ritrovamento non costituisce una controindicazione al riscaldamento non ECLS. Si deve cercare di ottenere la stabilità cardiaca raggiungendo una temperatura del core di 30°C, fornendo la maggior quantità di calore il più in fretta possibile, idealmente attraverso varie vie. La velocità di riscaldamento mediante metodi non ECLS è molto lenta. Il metodo è complesso. Gli ospedali devono essere dotati di protocolli. In caso di arresto cardiaco ipotermico è necessario prolungare la CPR. Il lavaggio delle grandi cavità (peritoneale, toracica) dovrebbe essere efficace. Il lavaggio vescicale pare non lo sia.

Ken Zafren, medico di emergenza della Stanford University, Anchorage, Alaska, ha parlato di “Myths of hypothermia”. L’afterdrop può essere importante dal punto di vista clinico, specialmente per coloro che sono colpiti da ipotermia moderata o severa a causa dell’instabilità cardiovascolare che può capitare quando si verifica un piccolo calo della temperatura.  Lo stare in piedi aumenta il flusso di sangue verso le gambe, peggiorando l’afterdrop. L’immersione in acqua calda determina una vasodilatazione periferica con diminuzione della pressione arteriosa e aumento dell’afterdrop. L’esercizio aumenta l’afterdrop. Non si deve permettere a un paziente che si trova in posizione orizzontale di sedersi o di stare in piedi. Per minimizzare l’afterdrop si deve proteggere il paziente ipotermico da ulteriori perdite di calore, permettendo la comparsa del brivido. Vanno somministrate calorie per favorire il brivido. Il riscaldamento esterno attivo durante la fase pre-ospedaliera è pericoloso. È stata effettuata una review in letteratura, esaminando 2302 articoli. Il riscaldamento delle estremità che stanno ferme non fa aumentare il flusso di sangue. Il movimento delle estremità fa aumentare il flusso di sangue. La soluzione di Ringer lattato non dovrebbe essere somministrata in caso di ipotermia dal momento che il fegato ipotermico non è in grado di metabolizzarlo. La somministrazione di una normale soluzione salina può causare un’acidosi metabolica ipercloremica. L’alcool è un sedativo ipnotico che abbassa il livello dello stato di coscienza.

Luigi Festi, membro della commissione medica dell’UIAA, ha parlato di “Drowing Hypothermia”. Si stima che in un anno si verifichino 300,000 morti dovute ad annegamento. Nel Mediterraneo nel 2024 si sono verificati 2529 tra morti e dispersi. A partire dal 2014 sono morte 67.922 persone nel corso di migrazioni. Il 57% delle morti era riconducibile ad annegamento. Durante le alluvioni,  i naufragi e l’attraversamento del mare il numero dei morti per annegamento è sicuramente sottostimato. Spesso i soccorsi giungono in ritardo e la rianimazione è assente. Secondo un articolo comparso sull’Independent tra i più colpiti dall’annegamento ci sono i bambini al di sotto dei cinque anni. Tra uno e quattro anni l’annegamento è la quarta causa di morte. Tra cinque e quattordici è la terza causa di morte. Tra i fattori favorenti l’annegamento sesso maschile, povertà, trasporto non sicuro, alluvioni, migrazione. Imbarcazioni non sicure e cariche di migranti, il viaggio lungo e i soccorsi che arrivano in ritardo favoriscono l’annegamento.

Secondo l’OMS l’annegamento è un processo di sofferenza respiratoria risultante da immersione o sommersione in un liquido. Può avvenire in acqua dolce o in acqua salata, con conseguenze diverse. Tra queste la morte o la morbidità. L’ipossia è il problema maggiore, dovuta al mancato ingresso di aria nelle vie aeree. Si verifica un’atelettasia polmonare (collasso polmonare). Compaiono in ordine apnea, ipossiemia e arresto cardiaco. Si verifica un’ipossia cerebrale. L’immersione in acqua determina uno stress cardiopolmonare. La pressione a livello polmonare aumenta. Diminuisce la capacità vitale. Si verifica un edema polmonare dovuto all’immersione, mentre si ha ipercapnia, ossia incremento della pressione parziale di anidride carbonica. L’attività cardiaca si indebolisce. L’annegamento può essere fatale (fatal drowning) che porta a morte e non fatale (non fatal drowning) se la persona sopravvive con o senza conseguenze. Lo stato di shock dovuto al freddo compare con una temperatura corporea inferiore a 25°C, con un picco tra 15 e 10°C, più intenso nei primi 30 secondi. L’ipotermia è molto condizionante. Nei primi 5-10 minuti si ha la maggior probabilità di sopravvivenza. Oltre 30 minuti in acqua con temperatura superiore a 6°C si ha la minore probabilità di sopravvivenza. Oltre 90 minuti in acqua con temperatura inferiore a 6°C pochi individui riescono a sopravvivere solo se si sono raffreddati velocemente prima della comparsa dell’ipossia. L’annegamento è prima di tutto un processo ipossico, non un semplice incidente in acqua. La tempestività dei soccorsi, la ventilazione e la prevenzione sono di fondamentale importanza per la sopravvivenza. Se l’ipotermia è primaria l’ECMO può essere di aiuto, da utilizzare solo nel caso di arresto cardiaco ipotermico. L’ipotermia può talvolta essere protettiva, ma solo quando il raffreddamento avviene prima della severa deprivazione di ossigeno.

Molto scarsa è la letteratura a proposito di ipotermia nel corso di soccorsi in mare. Non esistono classificazioni riguardanti i pazienti ipotermici salvati in mare. Il non sapere riconoscere uno stato di ipotermia può ritardare il trattamento degli annegati. L’impiego di navi attrezzate può aiutare la valutazione, il monitoraggio, la stabilizzazione e il triage degli annegati. Occorre migliorare l’educazione e la formazione circa l’ipotermia per gli operatori del soccorso in mare. Si dovrebbe creare una classificazione dell’ipotermia in mare, per registrare tutti i casi. Vanno individuati i pazienti che richiedono un riscaldamento di base, cure ospedaliere o che vanno sottoposte ad ECMO.

A seguire vi è stato l’intervento di un gruppo di esperti che si occupano degli incidenti causati da valanghe che ha parlato di “Avalanche and Hypothermia”. Les Gordon ha parlato dei teamche si interessano di ipotermia accidentale, citando alcuni casi di incidenti in valanga. Peter Paal ha parlato delle linee guida ERC 2025 riguardanti ipotermia accidentale e soccorso in valanga. Il relatore ha citato otto casi nei quali è stata praticata la CPR ritardata o intermittente. L’ipoglicemia severa è comune nell’ipotermia, soprattutto se vi sono altre patologie concomitanti.

Ane Marthe Helland, Norwegian Air Ambulance Foundation, University of Bergen, Baerrum Hospital, Oslo, ha parlato di “Studies in hypothermia management, the norvegian mountain medicine research group”. La relatrice ha raccontato la sua esperienza nel campo dell’ipotermia con un gruppo di volontari, sui quali sono stati effettuati studi di tipo innovativo utilizzando il riscaldamento attivo nella fase pre-ospedaliera.

Giacomo Strapazzon, Mountain Clinic dell’Eurac di Bolzano, ha parlato di “Advancements in avalanche survival prolongation”. Il relatore ha illustrato la catena dei soccorsi in valanga.  La percentuale di pervietà delle vie aeree in 566 vittime sepolte nel corso di incidenti da valanga era del 38%. Le vie aeree erano ostruite nel 12% dei casi. Lo stato delle vie aeree era riportato nel 50% dei casi. Per questo motivo un grande sforzo dovrebbe essere effettuato per incrementare la raccolta della documentazione, soprattutto per descrivere la presenza di un air pocket e per identificare i fattori che possono condizionare la percentuale di ostruzione delle vie aeree. Importante è l’utilizzo di una checklist dedicata a proposito della qualità della gestione del travolto da valanga sul terreno. La prevenzione è sempre fondamentale.

Sven Christian Skaiaa, University of Oslo, ha parlato di “Neurologically intact survival from hypothermic OHCA after >12 hours if combined rescue, CPR and ECPR”. Il relatore ha illustrato il caso di un paziente in arresto cardiaco extra-ospedaliero ipotermico che si è ripreso dopo più di dodici ore. Il paziente è stato ricoverato in ospedale e sottoposto a ECMO per 34 ore e 14 minuti. È andato incontro a rabdomiolisi (CK superiore a 600.000 e mioglobina superiore a 300.000). È stato trattato con dialisi renale (CRRT). È stato riscontrato un lieve edema cerebrale. L’EEG ha mostrato una conservata funzione corticale. In ottavo giorno il paziente è stato estubato, ma, successivamente reintubato a causa di sopraggiunte complicanze polmonari. Dopo quattordici giorni la situazione si era risolta e in 29^ giornata il paziente era capace di stare in piedi, se supportato. Alla fine è stato dimesso senza sequele neurologiche.

Jamie Madonald, neurologo della Stanford University, ha parlato di “Usability of vital signs and temperature monitoring in hypothermic arrest and in the fields”. L’autore ha presentato tre studi, effettuati per valutare la performance di Cosinuss c-med alpha device nel fornire segni vitali in queste circostanze: soccorso in montagna in vivo; soccorso in montagna simulato; arresto cardiaco ipotermico in alcuni maiali. Nel corso di episodi di ipotermia accidentale in ambiente extra-ospedaliero i metodi di controllo utilizzati sono la misurazione della pO2, il monitor e la classificazione svizzera dell’ipotermia. La misura della temperatura del corpo o del core può essere di vitale importanza nel corso di incidenti in montagna, in mare o in outdoor. La misura della temperatura del cervello è estremamente importante in caso di HCA. Alcune misure classiche non vengono effettuate in casi di ipotermia profonda. Sono state messe in dubbio alcune misure epitimpaniche della temperatura del core effettuate in casi di ipotermia. Misure della temperatura dell’orecchio o del cervello sono state effettuate nel corso di arresto cardiaco in interventi di neurochirurgia. Il monitoraggio della temperatura corporea nel paziente ipotermico va effettuato nella fase pre-ospedaliera, durante il trasporto, nella fase ospedaliera e durante la fase di riscaldamento. Uno studio è stato effettuato su cinque maiali (46 Kg) in anestesia generale in stato di ipotermia, incannulati mediante CPB (bypass cardiopolmonare) e in arresto cardiaco a 25°C, seguito da riscaldamento. La temperatura corporea è stata rilevata in continuo da entrambe le orecchie (Cosinuss) e anche mediante sonda esofagea. È stata misurata anche la temperatura del sangue (CBP). La temperatura del cervello correlava bene con quella esofagea e quella delle due orecchie. Buona è stata anche la correlazione della temperatura delle due orecchie. Tra i limiti dello studio la diversa anatomia del maiale rispetto a quella dell’uomo, la breve durata dell’arresto cardiaco e la misura della temperatura del cervello rilevata in un solo emisfero. In conclusione la misura della temperatura corporea a livello auricolare è accurata anche in ipotermia profonda. La misura mediante infrarosso e quella da contatto sono uguali. Essendo la temperatura dell’orecchio simile a quella cerebrale, può essere raccomandata per la diagnosi, la rianimazione, il riscaldamento e il follow-up del paziente.

Natalie Hölzl, presidente della commissione medica della Cisa-Ikar, ha parlato di “Prolonged hypothermia prevention, Cave Hypothermia”. La relatrice ha illustrato le difficoltà incontrate durante un soccorso in grotta. Ci si trova in un ambiente ostile, i soccorsi sono lunghi (anche giorni), il paziente è immobilizzato in una barella molto stretta e viene calato mediante corde fisse statiche. Il ferito va incontro a perdita di calore. Per questo il paziente va riscaldato, per permettere la comparsa del brivido (shivering). Il dolore va gestito. In caso di incidente, l’infortunato può andare incontro a ipotermia. La morte viene causata da ipotermia, coagulopatia e da acidosi.

Marc Blancher, Emergency Department and Mountain Rescue, Grenoble-Alpes University Hospital France, ha parlato di “Heated Breastplate Vs Safety Blanket for accidental hypothermia prevention in severly injured trauma patient”. Una temperatura corporea inferiore a 34°C è associata a un maggiore rischio di mortalità oltre l’80%. La riduzione dell’ipotermia accidentale nei pazienti traumatizzati può salvare la vita. Il relatore ha illustrato l’utilizzo di Therm Up, una piastra riscaldata, applicata al torace, in grado di isolare il paziente dal terreno e al tempo stesso di riscaldarlo durante la fase pre-ospedaliera di un soccorso.  Può salvare la vita di una persona da grave trauma, prevenendo la comparsa di ipotermia accidentale. Il dispositivo è stato sottoposto a uno studio multicentrico, per essere approvato dal punto di vista etico, effettuato su 84 pazienti (80% maschi), con età media di 37 anni. Nel 50% è stato utilizzato in incidenti del traffico e nel 40% in incidenti in montagna, nel 30% in caso di trauma cranico e nel 36% in caso di trauma della colonna vertebrale. Non si sono verificati effetti collaterali. Il presidio non si è dimostrato inferiore ad altri dispositivi in grado di prevenire l’ipotermia accidentale in traumatizzati gravi. Riduce il consumo di farmaci analgesici e il discomfort termico nella fase pre-ospedaliera di un soccorso.

È seguita una sessione del convegno dal titolo “Frostbite-The first 72 hours”. Chris Imray e il suo team hanno parlato del trattamento dei congelamenti nelle prime fasi: dalla diagnosi, alla evacuazione, alla valutazione del paziente, fino alle cure.

Sarah Wysling, emegency doctor, ha parlato del trattamento dei congelamenti in ambiente extra-ospedaliero, come nel corso di spedizioni alpinistiche o in regioni remote del pianeta, dando indicazioni ai laici. Può essere utile l’applicazione di gel all’aloe vera, l’impiego di garze Jelonet non aderenti, nonché cercare di riscaldare le parti congelate, proteggendole. È necessario, poi, cambiare le medicazioni e monitorare il follow-up. Infine, può essere opportuno somministrare farmaci analgesici, come, per esempio, Ibuprofene.

Tim Hasley, chirurgo ortopedico, ha parlato di “In-field clinical assessment of frostbitten hands & feet”. Il congelamento è una condizione causata dal raffreddamento della pelle e dei tessuti più profondi. Si verificano la morte delle cellule e una progressiva ischemia del derma, vasocostrizione e microtrombosi. Fondamentale è il ruolo della prevenzione. Il relatore ha citato la classificazione dei congelamenti messa a punto dal medico francese Emmanuel Cauchy. L’edema compare entro tre ore e può persistere per cinque giorni o di più. Le vesciche si formano entro 6-24 ore dopo l’eventuale rapido riscaldamento dei tessuti. Una crosta dura e nera appare 9-15 giorni dopo la lesione iniziale. Il fenomeno della mummificazione dei tessuti danneggiati con una linea di demarcazione tra il tessuto ancora vivo e la necrosi compare 22-45 giorni dopo la lesione. Il riscaldamento sul terreno va effettuato solo se non esiste il rischio di ricongelamento. La decisione di scongelare la parte sul terreno prevede azioni come il controllo del dolore, bagni caldi a temperatura costante, protezione dei tessuti da ulteriore congelamento.  Tra i segni di una prognosi favorevole: pelle calda dopo riscaldamento, sensibilità conservata, comparsa di dolore durante il riscaldamento, dita di colore rosa e presenza di vesciche chiare. Una prognosi sfavorevole è caratterizzata da: cute fredda dopo il riscaldamento, dita intorpidite, assenza di dolore durante il riscaldamento, dita di colore bruno o blu, comparsa di vesciche emorragiche.  Il trattamento dei congelamenti sul terreno prevede la rimozione dalla parte del corpo congelata di vestiti o anelli o altri materiali. Si deve effettuare il riscaldamento rapidamente in un bagno di acqua calda tra 37 e 39°C per almeno trenta minuti. Va somministrato ibuprofene (12 milligrammi al giorno per chilogrammo di peso corporeo divisi in due somministrazioni). Va curato il dolore se presente (oppiacei). La parte va protetta da un ulteriore congelamento e da eventuali traumi. Vanno applicati crema o gel di aloe vera, se possibile e impiegate medicazioni asciutte. Se possibile, la parte colpita va sollevata. Il paziente va idratato e deve evitare di camminare se gli arti inferiori si sono scongelati, a meno che sia interessata solo la parte distale delle dita del piede. Le zone più soggette a congelamento sono: naso, orecchie, guance, petto, natiche, pene, cosce, polpacci, piedi e dita.

Marie-Anne Magnan, Sports and mountain medicine undersea and hyperbaric doctor, Hôpitaux Universitaires de Genève, ha parlato di “Hyperbaric oxygen therapy for frostbite treatment”. I congelamenti vengono causati da un grave raffreddamento della pelle e dei tessuti sottostanti. Si tratta di una condizione poco frequente, la cui prognosi viene determinata dallo stato di vitalità dell’osso.  È un’emergenza medica che colpisce chi fa attività outdoor, ma soprattutto la popolazione che vive in città. La “freezing phase” è caratterizzata dall’anossia dei tessuti, accompagnata da vasocostrizione periferica e da un super-raffreddamento, associato alla formazione di cristalli di ghiaccio. Segue la “Rewarming-thawing phase”, con presenza di ischemia e sindrome da riperfusione. La relatrice ha ricordato la classificazione dei congelamenti. Le lesioni iniziali sono cianotiche, poi, compaiono edema e vesciche, entro 12-24 ore. Infine si verifica la “Healing phase”, seguita dal fenomeno della mummificazione. Tra i criteri in base ai quali si stabilisce la gravità dei congelamenti: il tempo di comparsa dell’ischemia (superiore a 12 ore), la quota (superiore a 4000 metri), l’origine etnica, la concomitanza di altre patologie. I congelamenti di grado 3 e 4 richiedono il ricovero in ospedale. ll “rewarming-thawing protocol” comprende l’immersione degli arti congelati in acqua calda a 38°C. Il paziente va idratato nel grado 1C. Vanno somministrati ibuprofene e iloprost nel grado 1B. Nel grado 1C va effettuata la trombolisi. Qualcuno consiglia la somministrazione di ossigeno iperbarico (HBOT). Questo trattamento sembra ridurre la sindrome ischemia-reperfusione. Ha un effetto sul microcircolo, aumentando il flusso ematico nei tessuti ipossici, ha un effetto anti-edemigeno e riduce la comparsa della sindrome da compartimento. Ha un’azione antibatterica. Nella fase di riscaldamento attiva l’angiogenesi e la produzione di fibroblasti e di collagene. Il trattamento con ossigenoterapia, associato alla somministrazione di iloprost migliora la prognosi. Esiste l’”Interreg Research Program”. Si è costituito il gruppo “SOS-Frostbite” che utilizza con un certo successo l’HBOT. Il numero di segmenti preservati è significativamente aumentato e la percentuale di amputazioni si è ridotta anche in caso di congelamenti gravi. L’HBOT andrebbe preso in considerazione come complemento rispetto alla classificazione tradizionale, anche in caso di trattamento ritardato. La “Undersea and Hyperbaric Medical Society” (UHMS) ha approvato l’HBOT come nuova indicazione al trattamento dei congelamenti.

Alex John Poole, general surgeon dello Yukon Hospital di Whitehorse (Canada), ha parlato di “Treating frostbite in the field”. La cura dei congelamenti va iniziata il prima possibile. L’iloprost è un farmaco analogo, stabile delle prostacicline, che determina vasodilatazione, inibisce l’aggregazione piastrinica, favorisce la fibrinolisi e ha un’azione citoprotettiva. Inibisce il trombossano, fa diminuire il danno da ischemia-riperfusione a livello muscolo-scheletrico. Viene utilizzato nel morbo di Raynaud, nella tromboangite obliterante e nell’ipertensione polmonare. Circa 200 papers sono stati pubblicati in letteratura a proposito della cura dei congelamenti con iloprost. L’uso dell’iloprost sul terreno, fuori dall’ospedale, potrebbe minimizzare il ritardo del trattamento, garantendo una maggiore sicurezza per il paziente. Il relatore ha citato due casi clinici relativi a due atleti di endurance, uno di 49 e l’altro di 47 anni, che hanno partecipato a una gara di 640 chilometri nel mese di febbraio 2025 nello Yukon, Canada. Si è trattato di una gara a piedi con trasporto di una slitta. La prolungata esposizione a una temperatura ambiente di -30,-40°C ha richiesto l’evacuazione dei due atleti. Il trattamento con iloprost è iniziato nella fase pre-ospedaliera e durante il trasporto in elicottero all’ospedale di Whitehorse. La pompa di infusione e il farmaco stesso sono stati collocati nel sacco a pelo dei pazienti per porli al riparo dal freddo e per non interrompere la somministrazione. Poole ha ricordato la spedizione francese all’Annapurna (8091 metri) del 1950, quando il dottor Jacques Oudot, chirurgo e medico dell’impresa a 6000 metri ha iniettato nelle arterie femorale e omerale di Maurice Herzog e di Louis Lachenal della novocaina, con l’intento di evitare ulteriori amputazioni, rispetto a quelle che dovettero in seguito subire. Herzog perse tutte le dita dei piedi e la maggior parte di quelle delle mani, mentre Lachenal perse le dita delle mani e dei piedi. Oudot, che aveva sperimentato questa terapia durante la guerra, dovette effettuare le amputazioni multiple ai due alpinisti senza anestesia.

Chris Imray, consultant vascular surgeon, University Hospitals Conventry, UK, ha presentato la “Plenary frostbite sessione”, a cura dell’International Frostbite Resource Group. Imray ha ricordato i congelamenti riportati nel 1950, nel corso della spedizione francese all’Annapurna, diretta da Maurice Herzog. Il relatore ha ricordato la gestione tradizionale dei congelamenti e la classificazione messa a punto nel 2000 da Emmanuel Cauchy.

Josianne Gauthier, clinical pharmacist, Whitehorse General Hospital, Yukon, Canada, ha parlato di “Delivering an iloprost Service”. Nel 2014 è stata effettuata una review della letteratura circa il trattamento dei congelamenti e sono stati consultati i migliori esperti alaskani ed europei. La relatrice ha illustrato lo Yukon Frostbite Protocol che viene utilizzato presso il Whitehorse General Hospital. L’iloprost è un farmaco che può essere somministrato anche sul territorio e può fornire benefici e vantaggi. Una cura protocollata può migliorare i risultati.

Alex Poole ha parlato di “The canadian experience developing a modern frostbite system”. Il relatore ha parlato dello Yukon Frostbite Protocol. La classificazione dei congelamenti è molto importante. Il confronto e lo scambio di idee sono di fondamentale importanza. Nella fase pre-ospedaliera essenziali sono il sistema di riscaldamento, l’infusione endovenosa, il monitoraggio delle funzioni vitali, la cura delle ferite. In ospedale vanno effettuati angiografia e scintigrafia ossea, HBO e chirurgia ricostruttiva. Il 4 novembre 2027 verrà organizzato nel Quebec, in Canada, il “Canadian Frostbite Symposium”.

Rachel Nygaard, department of Surgery, Hennepin County Medical Center, Hennepin Healthcare, Minneapolis, USA, ha parlato di “Forstbite Research-International Database Research Potential”. I pazienti colpiti da congelamenti sono complessi perché ipotermici, dipendenti da sostanze d’abuso o politraumatizzati. Spesso si sottopongono al trattamento in ritardo. A volte è difficile identificare una lesione grave. Mancano protocolli. Purtroppo le disabilità causate dai congelamenti si prolungano nel tempo. A volte si deve amputare. A livello mondiale esistono sedici centri in grado di trattare i congelamenti. Si devono migliorare la valutazione di un congelamento, la profondità e il grado. Si deve tenere conto di controindicazioni e cautele nel trattamento farmacologico. Il tutto è descritto nella “Synthesis of clinical management of frostbite at participating centers”. La relatrice ha detto che esiste un trattamento con il Botulino, che rappresenta una novità per il trattamento delle sequele. L’International Database aiuta a caratterizzare i fattori che condizionano i congelamenti, indica il tipo di riscaldamento e la durata. Dà indicazioni sul trattamento  mediante trombolisi o con analogo della prostaciclina. Indica i mezzi di valutazione (imaging) e i tempi di recupero.

Prativa Pandey, e Suvash Dawadi, CIWEC Hospital and Travel Medicine Center, Kathmandu, Nepal, hanno presentato una relazione dal titolo “Frostbite-The Nepal Experience”. Esiste l’Hospital and Travel Medicine Center a Kathmandu dove viene utilizzato l’Iloprost Protocol. Tra il 2022 e il 2025 sono stati trattati 30-40 casi di congelamento grave. Circa il 70% dei pazienti con congelamenti gravi delle dita ha recuperato completamente grazie al protocollo CIWEC.

Sara Hollis, UK Defence Lead, International frostbite Resource Group, ha parlato di “Collaborating to improve frostbite prevention, treatment, research and outcomes”. La relatrice ha fatto presente che spesso ci sono ritardi nella valutazione e nella diagnosi dei congelamenti. Il trattamento varia molto, i dati raccolti sono scarsi e la ricerca è frammentata.

Hermann Brugger, fondatore e vice-direttore dell’Istituto di Medicina di Emergenza in Montagna dell’Eurac Research di Bolzano, ha parlato di “Hypothermia & Frostbite: rare than rare, but severe impact on outcome”. Il congelamento nei pazienti ipotermici è un evento raro, ma presenta un profondo impatto sulle conseguenze e sulla qualità della vita, con possibilità di disabilità, in contrasto con i risultati in genere favorevoli dell’ipotermia non asfittica. Le linee guida per il trattamento basato sull’evidenza sono limitate. Congelamenti e ipotermia condividono meccanismi che si sovrappongono, comprendendo lesioni tissutali localizzate e instabilità sistemica. I meccanismi di azione delle terapie dei congelamenti, iloprost e attivatore del plasminogeno (tPA), interagiscono in modo conflittuale con la fisiopatologia dell’ipotermia. Una ricerca riguardante congelamenti e ipotermia in letteratura ha trovato 2679 articoli. Sono stati segnalati 118 pazienti con congelamento e ipotermia. I casi di congelamento in pazienti ipotermici sono sottostimati. Il rischio di congelamento aumenta con l’incremento della gravità dell’ipotermia. L’iloprost è un potente vasodilatatore, riduce l’infiammazione, favorisce il recupero e diminuisce la frequenza delle amputazioni. Il tPA è un potente farmaco trombolitico, favorisce la fibrinolisi. Aumenta il recupero e diminuisce la probabilità di amputazioni. Nei pazienti ipotermici aumenta il rischio di sanguinamento. L’uso combinato dei due farmaci nel congelamento favorisce il microcircolo mediante la vasodilatazione. L’effetto anti-infiammatorio di entrambi i farmaci riduce la riperfusione della lesione. Nell’ipotermia è probabile il rischio di aumentato  sanguinamento. La Wilderness Medical Society raccomanda nei casi di ipotermia lieve di trattare simultaneamente entrambe le patologie. L’ipotermia grave dovrebbe essere trattata prima del congelamento (grado 1C). La commissione medica della Cisa-Ikar raccomanda che i congelamenti dovrebbero essere riscaldati non appena la circolazione e la temperatura del core siano state stabilizzate. In conclusione, nel caso la temperatura del core sia superiore a 35°C si consiglia la terapia combinata con iloprost e tPA. Se la temperatura del core si trova tra 30 e 35°C, il trattamento con tPA va ritardato. Va somministrato iloprost a dose moderata nella fase pre-ospedaliera nel caso il trasporto presso una struttura dove riscaldare il paziente non sia possibile. Se la temperatura del core è inferiore a 30°C, la terapia del congelamento con iloprost e tPA va ritardata. Il paziente va trattato dopo il riscaldamento. La cura dei pazienti ipotermici con presenza di congelamenti richiede una stratificazione strutturata del rischio e dovrebbe essere guidata da un’accurata valutazione del rischio-beneficio. Un intervento tempestivo dovrebbe essere considerato ogni qual volta sia fattibile. Va considerato l’uso dell’iloprost nella fase pre-ospedaliera. La somministrazione del tPA va effettuata dopo il riscaldamento solo in ospedale. Caveat: la mancanza di correnti evidenze necessita di dati osservazionali.

Beat Walpoth, Emeritus, University of Geneva, ha poi parlato di “International Hypothermia Day (IHD) & International hypothermia Registry (IHR): where do we come from and where do we go?”. Il relatore ha raccontato come sono nate le prime ricerche sull’ipotermia e la storia del “Deep hypothermic circulatory arrest “(DHA) e dell’ipotermia indotta nella chirurgia delle cardiopatie congenite. Walpoth ha ricordato l’ipotermia nel corso di annegamento. Ha citato due casi estremi di ipotermia che hanno avuto esito positivo. L’uso dell’ECMO ha migliorato la sopravvivenza dei pazienti ipotermici. I criteri di inclusione nell’International Hypothermia Registry sono ipotermia accidentale con temperatura del core inferiore a 32°C, qualsiasi età, gender e comorbidità. Non importa l’eziologia dell’ipotermia. Il registro è soprattutto prospettico, ma casi retrospettivi sono bene accetti. Il registro include dati demografici, pre-ospedalieri, ospedalieri e outcome data, fino a dopo un anno dal ricovero. Tra i fattori predittivi in senso negativo asfissia, alti livelli di potassio plasmatico e livelli di lattato. Nel corso degli ultimi 19 anni l’Hypothermia Day è stato organizzato da Beat Walpoth nove volte. Il nuovo team è attualmente composto da Mathieu Pasquier, Evelien Cools, Peter Paal, Natalie Hoelzl. L’evento viene co-organizzato in collaborazione con ospedali, università e altre istituzioni.

 

 

 

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Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

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