Scienza, montagna e altitudine in una giornata

Autore: Giancelso Agazzi

Ascolta l'articolo Voce: Alice Non supportato
0:00
Vel.
0:00 · -0:00

A Chamonix si sono incontrati vari esperti per discutere di ricerca, prevenzione, gestione delle malattie e sicurezza in alta quota

 

Si è tenuta il 21 novembre 2025 presso l’anfiteatro dell’ENSA di Chamonix la 5ème Journée Scientifique et Médicale, Montagne et Altitude, organizzata dai medici di Exalt di Grenoble.

Prima relatrice è stata Marie Coudurier dell’Unité Sports et Pathologies Hôpital Sud, CHU Grenoble Alps, che ha parlato di “Asthme et Altitude: quelle conduite à tenir?”. L’asma è la seconda patologia respiratoria dopo la BPCO, che colpisce sia bambini, sia adulti, con una prevalenza in Francia del 2-7%. Ha una gravità variabile: asma intermittente leggero e asma severo che può diventare invalidante. Si tratta di una malattia potenzialmente mortale, con 800 decessi in Francia per anno. È una turba ventilatoria ostruttiva reversibile. I trattamenti per via inalatoria sono efficaci. Tra i fattori di rischio: genetica, infezione, polvere, inquinamento, alcool, sigarette, animali, profumi e cosmetici. Tra i sintomi: tosse secca, tosse notturna, difficoltà alla respirazione, respiro corto e affannoso, dolore toracico. In alta quota l’aria è fredda e secca, povera di allergeni e meno densa. La pressione barometrica si abbassa, così come la pressione parziale di ossigeno. Di conseguenza compaiono iperventilazione e vasocostrizione arteriosa polmonare. Per quanto riguarda l’effetto dello sforzo sui bronchi esistono due teorie. Teoria termica: iperventilazione prolungata con aria fredda e secca, raffreddamento delle vie aeree con vasocostrizione. In ipossia si verifica un’iperreattività bronchiale. Vi è un’ostruzione bronchiale secondaria alla vasodilatazione capillare iperemica con afflusso di sangue ed edema parietale. Teoria osmotica: iperventilazione prolungata, disidratazione dell’epitelio bronchiale con iperosmolarità locale bronchiale, rilascio di istamina, triptasi, prostaglandine e leucotrieni.  Soggetti sani e soggetti asmatici scalano il Kilimangiaro con la stessa probabilità di riuscita. Non si registra una modificazione dei sintomi di asma salendo in altitudine (1300-6000 metri). Tuttavia, un po’ meno della metà degli asmatici aumenta il consumo di farmaci. In uno studio su 133 asmatici tre hanno presentato un’esacerbazione di asma (2%). Nel corso di una spedizione all’Aconcagua (6965 metri) i soggetti asmatici erano meno controllati, con aumento della neutrofilia nell’espettorato.

In conclusione l’effetto benefico del riadattamento respiratorio a media altitudine si verifica fino a 1500-2000 metri. In genere si autorizzano i soggetti affetti da asma leggero a salire fino a 5500 metri, mentre nell’asma moderato o severo non si dovrebbero superare i 3500 metri. L’asma deve essere sempre sotto controllo, in particolare rispettando l’aderenza alla terapia durante il soggiorno in quota, mediante trattamento inalatorio prima dello sforzo. Gli inalatori devono essere posti al riparo dal secco e dal caldo. Deve essere sempre presente un kit di farmaci da usare in urgenza, con corticoidi orali.

Laurent Vercueil, CHU Grenoble Alpes, ha presentato una relazione dal titolo “Mon patient va en altitude: attitudes pratiques”. Si sta assistendo a una democratizzazione dell’alta quota. È più facile accedere a luoghi remoti, cedendo alla tentazione di vivere un’avventura. In compenso a volte manca l’esperienza, possono essere presenti comorbidità, soprattutto di tipo neurologico. Tra le patologie neurologiche l’emicrania (15% tra le donne e 12% tra gli uomini), l’epilessia (inferiore all’1% nella popolazione generale), morbo di Parkinson (1/1000) e malattie cerebrovascolare/rischio trombotico (0,1/100 della popolazione mondiale). La cefalea dovuta all’alta quota compare nel 25% dei soggetti tra i 2000 e 3000 metri e nell’80% a oltre 3000 metri; ha un carattere pulsatile e può comparire al risveglio al mattino. In caso di AMS la cefalea è accompagnata da vomito, affaticamento e inapetenza. Cefalea compare in caso di edema cerebrale (0,5-1% oltre i 4500 metri), accompagnata da atassia, stato confusionale, turbe del linguaggio, ipovigilanza e paralisi del VI nervo cranico. È un fattore di stress in altitudine, legato allo sforzo fisico, alla privazione di sonno e all’ipossia ipobarica.  Gli individui in terapia anti-epilettica non sono a rischio di aumentata frequenza di attacchi salendo in alta quota. L’epilessia può essere provocata dalla privazione di sonno, dal challenge metabolico e dall’ipossia ipobarica. I pazienti affetti da morbo di Parkinson possono essere disturbati dallo sforzo fisico, dal challenge metabolico, dalla privazione di sonno e dall’ipossia ipobarica. In un ambiente ostile (freddo) può essere necessario aumentare le dosi di levodopa/apomorfina. In caso di malattia cerebrovascolare si deve monitorare la pressione arteriosa (rischio di puntate ipertensive). Controindicazioni al soggiorno in alta quota, la malattia cerebrovascolare recente sviluppata nei precedenti sei mesi. Fondamentale è l’idratazione.

Stéphane Dutreleau, cardiologo dell’Unité Sports et pathologies, CHU Grenoble-Alpes, ha parlato di “Mon patient va en altitude: les cardiopathies congénitales”. Esistono cardiopatie congenite semplici e complesse. Si riscontrano nell’1% delle nascite (7000 ragazzi all’anno), 350.000 persone in Francia. Pochi sono i dati in letteratura. Esiste un nesso tra cardiopatie congenite, maturazione fetale e ipossia. Tra i fattori condizionanti: malnutrizione, obesità, età materna, ipossia. Tra le conseguenze: rallentamento della crescita del feto, ridistribuzione vascolare degli organi “essenziali”, in primis il cervello, basso peso alla nascita. Anche se il neonato nasce a termine, una placenta inadeguata, il basso peso e un volume cerebrale più piccolo possono avere effetti negativi. L’altitudine condiziona il peso alla nascita, massimo su neonati di origine europea e minimo su nati di origine andina (Aymaras), intermedio tra i “Mestizo” (meticci). Le cardiopatie congenite possono essere classificate come: anatomiche, embriologiche, emodinamiche, genetiche e fisiologiche. Il 90% delle cardiopatie congenite arrivano all’età adulta in Europa, ma rimangono malattie croniche con complicazioni frequenti e con un’aspettativa di vita diminuita.

L’ipossia ipobarica porta a una diminuzione del consumo di ossigeno, a cambiamenti dei volumi cardiaci e dell’output, a tachicardia e a un’ipertensione dell’arteria polmonare nella fase di acclimatazione. L’incremento della resistenza vascolare polmonare associata a una moderata ed estrema alta quota può portare a un’alterata ossigenzaione, a un ridotto output cardiaco e ad una ipercoagulabilità. Inoltre, vi può essere il rischio di aritmie a quote moderate e alte. Prima di un soggiorno in altitudine è bene effettuare una valutazione completa cardio-pediatrica mediante un bilancio allo sforzo VO e un’ecografia cardiaca sotto sforzo. Possono essere utili un test in ipossia, una valutazione del rischio, un’educazione terapeutica. I soggetti affetti da cardiopatie congenite cianogene non dovrebbero superare i 2500 metri di quota, mentre quelli affetti da cardiopatie congenite non cianogene vanno valutati attentamente, facendo attenzione nel caso vi siano anomalie della circolazione polmonare (agenesia dell’arteria polmonare) o comparsa di aritmie all’inizio del soggiorno in quota.

Paolo Malvezzi, Service de Nephrologie, Dialyse, aphérèses et transplantation, CHU Grenoble Alpes, ha parlato di “Altitude et Greffe Rénale”. Il relatore ha riferito il caso di un paziente di 56 anni, due volte trapiantato di rene, con esperienza di alpinismo classico nelle Alpi, che vuole salire il Manaslu (8163 metri) in Himalaya, un exploit sportivo e un omaggio ai donatori di organi. Tra i rischi specifici di un trapiantato di rene che vuole andare in montagna: funzione renale alterata (iperfiltrazione), rene denervato, immunosoppressione importante da alcuni anni (tacrolimus, micofenolato mofetil, prednisone), altri trattamenti (EPO, antipertensivi, quali beta-bloccanti, aspirina). Si deve tenere conto di: altitudine (ipossia, anemia, poliglobulia, gestione dell’EPO), freddo e sistema immunitario, cicatrizzazione, isolamento e terapie. Nella fase di preparazione vanno escluse una patologia evolutiva (rigetto, infezione virale) o una funzione renale molto alterata. Vanno escluse la patologia coronarica o altra patologia di tipo cardiovascolare. Va gestita l’EPO (target dell’emoglobina 120-130 g/L). In caso di disidratazione in altitudine l’ematocrito aumenta, mentre la pO2 ha meno influenza sulla produzione di EPO. Freddo e altitudine possono avere un effetto sull’immunità. La vasocostrizione periferica causata dal freddo può provocare la comparsa di piaghe e geloni, un ritardo nella cicatrizzazione (corticoidi) e aumentato rischio di sovrainfezione/immunosoppressione chimica. L’assunzione dei farmaci deve essere regolare. Prevedere una piccola farmacia.

Emeric Stauffer, Exploration Fonctionelle Respiratoire, Médecine du Sport et de l’Activité pyysique, Hôpital Croix Rousse, ha parlato di “Les pathologies de l’hemoglobine en altitude”. Nel 2019 il turismo di montagna rappresenterebbe tra 195 e 375 milioni di persone, 4,89 miliardi di passeggeri nel 2024, 41% dei voli internazionali. Tra le principali patologie dell’emoglobina la drepanocitosi, la poliglobulia e le anemie. La drepanocitosi è la prima malattia genetica presente in Francia (30,000 individui) e 7,74 milioni nel mondo intero. È dovuta alla mutazione del gene deputato alla sintesi della beta globina. Viene sintetizzata un’emoglobina anomala HbS. Vi sono tre genotipi predominanti (sindromi drepanocitarie maggiori): HbS/HbS (70%), HbS/HbC (25%), HbS/Hb-Thalassemia (5%). La trasmissione è autosomica recessiva. La malattia colpisce più di 300 milioni di individui e lo 0,5% della popolazione francese. In alcune situazioni (ipossia, freddo, disidratazione, stress) è possibile la falciformazione: ematuria, rabdomiolisi, insufficienza renale acuta, infarto splenico e morte improvvisa. L’esposizione all’ipossia in caso di sindrome drepanocitaria può comportare alcune complicanze. I genotipi HbS/HbC e HbS/Hb-Thalassemia sembrano essere i più a rischio. Le manifestazioni possono comparire anche nel corso dei voli aerei. Nel test in ipossia (Fi=15%, 20 minuti) è positivo se la SpO2 è inferiore all’88% (59% positivi). Nei soggetti positivi al test si verificano diminuzione dell’emoglobina, diminuzione dei reticolociti e aumento della bilirubinemia totale. Nel corso dell’esposizione cronica all’ipossia (residenza a una quota media di 1600 metri) possono comparire insufficienza renale cronica, trombosi venosa profonda, embolia polmonare, ematuria, rabdomiolisi, infarto splenico, pre-eclampsia e morte intra-uterina del feto. Mancano studi importanti sull’anemia drepanocitica in quota e non esistono raccomandazioni ufficiali. Quindi evitare soggiorni oltre i 2500 metri. In caso di presenza di sintomi è consigliato evitare i principali fattori di rischio: freddo, disidratazione, attività fisica, stress. La poliglobulia compare nell’uomo con valori di emoglobina superiori a 16,5 g/dL e con ematocrito superiore al 49%, mentre nella donna con valori di emoglobina superiori a 16 g/dL e di ematocrito superiori al 48%. La diagnosi di certezza viene fatta misurando la massa sanguigna. Esistono forme primitive: malattia di Vaquez (poliglobulia vera), sindrome mieloproliferativa. Tra le forme secondarie: ipossia cronica, tumori secernenti EPO, farmaci, tabagismo importante e SAOS. Tra le complicanze della poliglobulia: iperviscosità del sangue, trombosi artero-venosa e quelle dovute all’eziologia in caso di poliglobulia secondaria. L’esposizione all’ipossia in caso di poliglobulia comporta l’aumento della frequenza cardiaca e del rischio di trombosi in altitudine. Non esistono in letteratura studi importanti o raccomandazioni per i pazienti affetti da poliglobulia che vanno in quota. Nei soggetti colpiti da malattia di Vaquez il rischio trombotico è aumentato. Esiste il pericolo di peggioramento dell’iperviscosità del sangue al di sopra dei 2500 metri se l’ematocrito supera il 55%, in caso di ipossiemia a riposo o di insufficienza cardiaca o respiratoria non stabilizzate. Nell’eventualità di esposizione all’ipossia in soggetti portatori di anemia si verifica una minore tolleranza all’altitudine. Anche per i pazienti anemici non esistono in letteratura studi importanti e raccomandazioni ufficiali. Se l’emoglobina è inferiore a 10 g/dL è sconsigliato salire oltre i 3000 metri di quota. In caso di valori di emoglobina compresi tra 10 e 12 g/dL è consigliato salire lentamente. Va prestata attenzione all’AMS. In caso di anemia sideropenica è indicata una supplementazione marziale se i valori di ferritinemia sono inferiori a 90 ng/mL. Si possono somministrare 100 milligrammi al giorno di solfato ferrico, o, se mal tollerato, 25/50 mg al giorno di ferro bisglicinato.

Julien Picard, anestesista-rianimatore del CHU di Grenoble, ha parlato di “Variation du volume plasmatique lors d’une exposition aigue en haute altitude chez la femme et chez l’homme: effet d’un traitement préventif du mal aigu des montagnes par acetazolamide”. La somministrazione di acetazolamide produce un effetto diuretico e un’accelarazione dell’acclimatazione ventilatoria. L’obiettivo dello studio è determinare l’effetto del trattamento profilattico per l’AMS con acetazolamide (250 mg/giorno) sul volume plasmatico in occasione di un’esposizione ipossica acuta secondaria a un’ascensione passiva in alta quota (3600 metri). Hanno preso parte allo studio in doppio cieco soggetti con età compresa tra 18 e 44 anni, residenti a quote inferiori a 1000 metri, senza presenza di comorbidità, con IMC compreso tra 18 e 30 Kg/m2 e assenza di tabagismo, non in menopausa. La diminuzione del volume plasmatico è avvenuta in modo significativo a 3600 metri. Diminuzione del 13,3 % negli individui che hanno assunto placebo nelle prime 24 ore e del 19,8% negli individui che hanno assunto acetazolamide. La perdita di peso è significativamente più importante nei soggetti che hanno assunto acetazolamide a 3600 metri. Non si sono riscontrate differenze tra i due sessi.

Roman Carin, Laboratoire Interuniversaitaire de Biologie de la motricité du Globule Rouge PRES  Sorbonne, ha parlato di “Effets des stages d’entrainement en altitude de type Live High-Train High sur la masse totale d’hémoglobine et la performance chez le nageur et le triathlète de haut niveau”. Il relatore ha illustrato il programma “Hypox Perf 2024”. Si sono studiati gli effetti di uno stage in altitudine del tipo LHTH sulla massa totale di emoglobina e sulla performance nel nuotatore e nel triatleta di alto livello, con le implicazioni riguardanti la modulazione della dose ipossica e dei fenomeni di senescenza eritrocitaria. Sono stati reclutati 70 sportivi con le caratteristiche necessarie allo studio. La dose ipossica ha incrementato del 4% la massa dell’emoglobina. È stata registrata una variabilità inter e intra individuale.

Samuel Vergès, fisiologo di Grenoble, ha parlato di “Children health and anemia at high altitude: Project 2023-2025, Expedition 5300 team”. L’impatto sulla salute dei bambini che risiedono in alta quota comprende peso più basso alla nascita dei neonati e scarsa crescita. Una minore saturazione del sangue arterioso comporta una maggiore incidenza di infezioni delle basse vie aeree, eritrocitosi, ipertensione polmonare e minore ossigenazione cerebrale. Si ipotizza un aumentato rischio di anemia e di carenza di ferro e dello sviluppo cognitivo. Nelle popolazioni europee la prevalenza della diagnosi di anemia nei bambini non è superiore tra quelli che vivono in altitudine, tuttavia, alcuni parametri suggeriscono una minore disponibilità di ferro. Si può verificare anche una carenza di vitamina B9 e/o una maggiore attività eritropoietica. La funzione cognitiva è simile tra i bambini che vivono a differenti altitudini e non differisce tra quelli anemici e quelli che non lo sono. In Peru conta 34 milioni di abitanti: il 25% vive a oltre 2500 metri e il 13% oltre i 3500 metri. In Peru si segnala una prevalenza del 33% di anemia nei bambini con meno di cinque anni. Tra le città più alte: Cusco (3400 m.), Juliaca (3800 m.) e La Rinconada (5100 m.). I bambini con età tra otto e dodici anni che risiedono in alta quota presentano risposte simili a quelle degli adulti esposti a ipossia cronica, sebbene di minor grado. Si segnalano aumentata concentrazione di emoglobina, aumentata massa emoglobinica, ridotto volume plasmatico e aumentato volume ematico. La viscosità del sangue aumenta e il bilancio marziale è conservato. Lo stato cognitivo è normale. Alcuni bambini possono mostrare segni preliminari di malattia cronica di montagna. In prospettiva occorre individuare ulteriori marker biologici, ulteriori studi sulla funzione cardiovascolare, sull’ossimetria notturna e sulla salute delle donne (progetto 2026-2028).

Michel Furian di Zurigo (Ch) ha parlato di “Acclimatization in women”. Le differenze tra sessi riguardanti l’AMS sono raramente di primaria importanza. Le donne non sono adeguatamente studiate. Non sembra che il sesso sia un fattore di rischio per AMS o HACE. L’ “High Cycle project” comprende tre ipotesi: l’incidenza dell’AMS è più alta tra le donne rispetto agli uomini, l’incidenza di AMS è più alta nella fase follicolare rispetto a quella luteinica, la profilassi con 250 mg di acetazolamide al giorno è più efficace nel ridurre l’incidenza di AMS tra le donne rispetto agli uomini.

Alice Gavet, medico di Chamonix, ha parlato di “Pré-acclimatation méthodes et intéréts”. In alta quota l’organismo deve contrastare l’ipossia e migliorare l’apporto di ossigeno ai tessuti. Ciò avviene mediante iperventilazione, emoconcentrazione, aumento della frequenza cardiaca e del debito cardiaco, vasocostrizione polmonare ipossica ed elevazione della pressione dell’arteria polmonare e risposta eritropoietica. Esistono vari metodi per effettuare una pre-acclimatazione. Si può soggiornare in altitudine reale (“live high”) o effettuare uno staging/ascensione progressiva. Si può utilizzare l’ipossia ipobarica in camera ipobarica (altitudine simulata). Si può stare in una camera normobarica (tende ipossiche, maschere) per modificare la FIO2. In questo caso l’ipossia è continua, con un riposo passivo. Si può ricorrere all’esposizione all’ipossia intermittente (IHE), mediante esposizioni ripetute, ma brevi. Si può ricorrere alla stimolazione farmacologica o al pre-condizionamento ischemico. La velocità della salita rappresenta il principale determinante del rischio di comparsa di AMS, HACE, HAPE. Le vecchie raccomandazioni sono sempre valide: salita lenta, giorni di riposo e sorveglianza dei sintomi. L’uso preventivo di acetazolamide riduce il rischio di AMS severo di circa il 44% in un grande numero di soggetti. L’efficacia del desametasone nella prevenzione delle patologie d’alta quota è controversa. Pare più efficace ad altitudini superiori a 4000 metri a dosi comprese tra otto e sedici mg/giorno. L’ischemic Preconditioning (IPC) migliora la prestazione fisica. Tra i probabili meccanismi la migliore perfusione muscolare e la migliore estrazione di ossigeno. Non si registra un miglioramento sistematico della SpO2 media durante lo sforzo. Si tratta di un metodo semplice, non farmacologico, con una solida base fisiologica che potrebbe aumentare la tolleranza all’ipossia e ridurre il rischio di AMS/HACE/HAPE. Ritarda lo sviluppo dell’AMS nel corso delle prime ore (effetto protettore). Non previene l’AMS dopo un’esposizione prolungata (18 ore). Tuttavia le prove cliniche sono ancora allo stadio preliminare.

Il condizionamento ipossico è una modalità non farmacologica, promettente per la neuroprotezione e la neuroplasticità. Potrebbe fornire un nuovo approccio terapeutico nelle lesioni cerebrali (AVC, traumatismi) e midollari come complemento o in alternativa ai trattamenti classici. Resta da stabilire il giusto grado di ipossia, in relazione a intensità, durata, ripetizioni. Attualmente, in base a quanto deciso nel 2008, vengono indicate esposizioni quotidiane da una a quattro ore, nel corso di 1-5 settimane ad altitudini simulate di circa 4000 metri, che sembrano determinare adattamenti ventilatori e del sistema nervoso autonomo, con il potenziale di ridurre lo sviluppo dell’AMS. L’IHE ha indotto un’acclimatazione ventilatoria; la saturazione a riposo aumenta dal 75% all’81%. L’acclimatazione ventilatoria non migliora il sonno a 4300 metri. L’ipossia normobarica permette un’acclimatazione ventilatoria simile a quella indotta dall’ipossia ipobarica. L’ipossia normobarica non costituisce una strategia efficace di pre-acclimatazione quando è destinata a preparare un’esposizione ulteriore in altitudine reale. Malgrado un’acclimatazione ventilatoria simile a quella indotta dall’ipossia ipobarica, i soli effetti notturni (saturazione più elevata, sintomi del mattino ridotti) sembrano preservati, senza beneficio per le prestazioni o la fisiologia diurna. La pre-acclimatazione da ipossia normobarica durante il sonno induce una piccola acclimatazione ventilatoria, migliora l’ossigenazione notturna, riduce l’AMS, unicamente al risveglio, non apporta alcun beneficio clinico o sportivo significativo sulla giornata, non migliora né l’acclimatazione globale, né la performance a 4300 metri. L’altitudine simulata in ipossia normobarica (2012) produce una diminuzione significativa della severità dell’AMS; la diminuzione del LLS è moderata, ma significativa. Non si registra una differenza significativa di incidenza di AMS. Più la risposta ventilatoria all’ipossia (HVR) aumenta, più l’AMS diminuisce ed è questa la chiave della protezione contro quest’ultimo. L’altitudine simulata con ipossia normobarica (2013) mediante esposizione di circa tre giorni diminuisce del 52% il rischio di AMS, indipendentemente dai fattori confondenti. Non vi è alcuna differenza tra esposizione singola ed esposizione multipla. È la durata totale che conta, non il frazionamento. L’altitudine simulata in ipossia normobarica (2018) è efficace in caso di pre-acclimatazione per andare a oltre 8000 metri. Servono studi rigorosi circa il dosaggio dell’ipossia e le modalità per ottenerla (dose, durata ottimale, effetto dell’ipossia intermittente rispetto a quella continua, impatto sulla prestazione reale in altitudine). L’altitudine simulata mediante ipossia normobarica (2024) riduce in modo significativo il rischio di AMS, migliora la saturazione in ossigeno, riduce la pressione intra-cranica, diminuisce i marcatori di danno cerebrale e di infiammazione, migliora la qualità del sonno.

Benoit Champigneulle, medico anestesista del CHU Grenoble, ha parlato di “CO & Xénon:deux nouveaux “dopants” pour la haute altitude?”. Il CO è un gas incolore, inodore, risultato di una combustione incompleta di sostanze contenenti carboni (legno, carbone). È potenzialmente mortale. Può essere assorbito nel circolo sanguigno più facilmente dell’ossigeno, legandosi all’emoglobina (affinità 200 volte maggiore rispetto all’ossigeno), formando carbossiemoglobina, e riducendo la capacità del sangue di trasportare l’ossigeno ai tessuti. Ha un doppio meccanismo: ipossico e infiammatorio. Tra i segni/sintomi di intossicazione: senso di fatica, mal di testa, malessere, confusione, disturbi neuro-psichici, vertigini, ansietà, depressione, nausea, vomito, convulsioni, atassia, perdita di conoscenza, infarto cerebrale. La massa di emoglobina totale può essere determinata nell’uomo mediante la rirespirazione (rebreathing) di monossido di carbonio. Nel corso del Tour de France alcuni corridori hanno utilizzato il monossido di carbonio per ottimizzare il training in altitudine. L’esposizione cronica a una bassa dose di monossido di carbonio altera la massa emoglobinica e la VO2 Max. Alcuni ricercatori hanno concluso che l’inalazione di CO riduce l’ossigenazione, ma non ha effetti negativi (ma nemmeno migliorativi) sulla performance. Pare che l’inalazione moderata di CO potrebbe essere un nuovo metodo per migliorare le prestazioni di resistenza degli atleti, aumentando la quantità di emoglobina trasportata nel sangue. L’allenamento in altitudine è costoso e richiede tempo. I risultati sembrano incoraggianti, poiché il CO pare mimare gli effetti dell’altitudine. Al momento si conosce poco. Occorre continuare la sperimentazione prima di ottenere una risposta definitiva circa l’utilizzo del gas.

Lo xenon è un gas nobile, raro e caro. Come gas anestetico è poco utilizzato in Francia. Necessita di una postazione di anestesia dedicata. Tra i vantaggi: stabilità HD, risveglio rapido e forse neuro-protezione. Tra gli inconvenienti: il costo elevato, il MAC (minima concentrazione alveolare) molto elevata. I risultati del paese ospite dei Giochi Olimpici di Sotchi del 2014 sarebbero dovuti a l’inalazione di xenon, in grado di aumentare l’endurance degli atleti russi. Inalare lo xenon non era proibito a partire dal 2004. Nel gennaio 2025 Lukas Furtenbach, una guida alpina austriaca, ha introdotto l’utilizzo dello xenon per salire più in fretta l’Everest. Ha fatto da cavia, inalando lo xenon e salendo l’Aconcagua (6959 metri) senza acclimatazione. Lo xenon fa in modo che i reni producano più eritropoietina (EPO), un ormone che incrementa la formazione di globuli rossi, determinando un’acclimatazione quasi istantanea. L’anestesista tedesco Michael Fries ha suggerito l’uso dello xenon. Si è notato un’elevata concentrazione di EPO dopo un’anestesia con xenon in cardiochirurgia. La commissione medica dell’UIAA si è pronunciata contro l’utilizzo dello xenon per la preparazione di una spedizione in alta quota (pre-acclimatazione). Tra i rischi in anestesia la depressione del respiro, l’ipossiemia e la morte. Nessun beneficio è stato provato dal punto di vista scientifico. Nessun effetto è dimostrato sull’acclimatazione in generale e sul rischio di andare incontro a patologie provocate dall’alta quota. Quattro alpinisti inglesi hanno raggiunto la vetta dell’Everest in sette giorni. Bene allenati, dopo una pre-acclimatazione in una tenda ipossica (6-8 settimane) hanno inalato xenon in una clinica tedesca. Hanno raggiunto il campo base dell’Everest in elicottero, per, poi, iniziare la salita della montagna, conclusasi positivamente il 21 giugno 2025. Cinque giorni in totale dall’aeroporto londinese di Heathrow alla vetta dell’Everest.

Titouan Perrin, dottorando del Laboratorio HP2, ha parlato di “L’entrainement sous restriction du flux sanguin” (BFR). Si tratta di una strategia di allenamento che prevede l’impiego di bracciali, lacci e knee wraps attorno a un arto durante l’esercizio per mantenere l’afflusso arterioso al muscolo, prevenendo il ritorno venoso. La combinazione della limitazione del flusso sanguigno con l’esercizio di resistenza a basso carico migliora le risposte ipertrofiche e di forza. Sebbene i meccanismi non siano ancora chiari, la limitazione del flusso sanguigno ha importanti implicazioni per le persone che non possono allenarsi con carichi pesanti. Gli atleti ben allenati possono trarre beneficio dall’allenamento con BFR a basso carico sia come metodo di allenamento indipendente che in combinazione con il tradizionale allenamento di resistenza ad alto carico. I muscoli degli arti e del tronco possono trarre beneficio dall’allenamento della limitazione del flusso sanguigno. Il che significa che sia gli esercizi singoli che quelli multi-articolari possono essere prescritti per i programmi di allenamento. Nella somministrazione di questa terapia l’obiettivo principale è quello di aumentare la risposta di adattamento trofico, migliorare la forza muscolare e stimolare l’angiogenesi dei distretti coinvolti in tempi precoci. La BFR non è paragonabile a un’esposizione ipossica.La ricerca sta iniziando a mostrare gli effetti positivi dell’allenamento con limitazione del flusso sanguigno, specialmente in contesti clinici mirati alla riabilitazione. Il BFR sta rapidamente crescendo in popolarità ed è uno dei nuovi strumenti clinici più interessanti.

Altre notizie dal blog...

In una fresca mattina di agosto, salgo con due amici nella valle d’Aviolo. L’intento è di andare alla ricerca delle pernici bianche sui pendii aspri ai piedi del Baitone per vedere se si trovano ancora, nonostante...

Il tempo era splendido, il cielo completamente azzurro. Le bellissime cime della Spitbergen , ricoperte di neve, sfolgoravano al sole „ Umberto Nobile ,generale comandante del dirigibile Italia, maggio 1926 Baia...

Si é tenuta a Chamonix dal 17 al 20 ottobre 2018 la riunione internazionale della Cisa-Ikar. Convincente la scelta di organizzare tale evento nella località alpina francese, una vera icona per l'alpinismo mondiale...

È accaduto in una luminosa giornata di luglio che mi venisse il desiderio di arrivare fin lassù, di rivedere quei posti. Sono salito fino al Passo di Valle Fredda e, poi, ho attraversato fin sotto il Passo del Frerone...

Il Rifugio 5° Alpini, storico rifugio appartenente alle Sezione del CAI di Milano e uno dei pilastri dell'alpinismo nel gruppo Ortles-Cevedale, sorge su un balcone roccioso della ripida valle del Rio Maré...

Si è tenuto nei giorni 18 e 19 maggio 2026 ad Hathersage, nel Peak District, in Inghilterra, il XIV Congresso Internazionale di medicina di montagna, organizzato dalla International Society for Mountain Medicine...

Montagna e Cuore: conoscere il comportamento della pressione arteriosa quando si sale in quota per prevenire i rischi dell’ipertensione arteriosa. Si tratta di un’Iniziativa organizzata, con il patrocinio della World...

Quella mattina non si era alzato come faceva un tempo per andare in montagna. Non aveva preparato con ordine tutto ciò che gli sarebbe servito per una salita. Non aveva riposto l’occorrente con grande cura nello...

Si è tenuto domenica 2 maggio 2021 in occasione del Trento Film Festival 2021 il convegno “La medicina di montagna incontra la fauna selvatica, dal più grande al piccolissimo: trovare l’equilibrio per una sana...

Dal 30 aprile al 2 maggio 2021 si è svolto il convegno dedicato alla medicina di emergenza in montagna organizzato dall’Università del New Mexico. Hanno presentato e moderato l’incontro Darryl Macias e Jason Williams...

Nanga Parbat is the most western and the cruelest of the Himalayan peaks, a true obsession for mountaineers. To remind us of this three new books t have just come out with stories of tragedies and hope. Nanga...

When we look at photos of current meetings and workshops of the ICAR MedCom we should remember that the commission has come a very long way! Publications in internationally recognised medical journals, stunning...

Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Privacy Policy . Cookie Policy . Web by HelloStudio