Si è tenuto nei giorni 18 e 19 maggio 2026 ad Hathersage, nel Peak District, in Inghilterra, il XIV Congresso Internazionale di medicina di montagna, organizzato dalla International Society for Mountain Medicine (ISMM). Dopo il saluto di George Rodway, presidente dell’ISMM, hanno avuto inizio i lavori del congresso.
Primo relatore è stato il professor Mike Grocott, University of Southampton, UK, con una presentazione dal titolo “Extreme altitude learning edge-case physiology”. Le risposte fisiologiche e fisiopatologiche a un ambiente estremo come ipossia ipobarica, iperbaria, microgravità, freddo, caldo possono essere simili alle risposte che si osservano nel corso di malattie gravi. Possiamo sviluppare l’idea secondo la quale le risposte all’ipossia in alta quota possano venire utilizzate come un mezzo per esplorare la fisiopatologia di tali patologie. Le strategie utilizzate per resistere all’ipossia relativa nell’utero possono fornire intuizioni in grado di dare informazioni circa la gestione dell’ipossiemia severa negli adulti (“Everest in utero”). Intuizioni di tipo fisiologico derivano dallo studio di sistemi dinamici. La fisiologia comprende lo studio di sistemi complessi, che, per definizione, possiedono imprevedibili proprietà emergenti che possono essere evidenziate in modo empirico. La fisiologia degli “edge-case” offre intuizioni generalizzabili che non potrebbero essere accessibili mediante altri mezzi.
Peter Paal, medico anestesista della commissione medica della Cisa-Ikar, ha moderato la presentazione successiva dal titolo “Women in the mountains”.
Adele Pennington ha parlato di “Battling the elements as female mountaineer”. La relatrice ha ricordato l’alpinista Lucy Walker e Junko Tabei, una donna giapponese che ha preso parte a una spedizione alpinistica femminile all’Everest. Fu la prima donna a raggiungere la vetta della montagna nel 1975 e a salire i “Seven Summits”. Janet Picket, alpinista inglese, ha raggiunto due volte la cima dell’Everest e ha salito sei dei quattordici 8000.
Lenka Horakova, medico della repubblica Ceca, appartenente alla commissione medica dell’UIAA, ha parlato di “High altitude health in women: from methodological principles to hormonal control”. Le donne hanno incominciato a viaggiare in alta quota a partire dagli inizi dell’alpinismo moderno. Sebbene vi siano distinte caratteristiche a proposito del ciclo mestruale e della menopausa rilevanti per l’acclimatazione e le prestazioni, ben poco esiste circa la salute delle donne in alta quota. In realtà, però, la commissione medica dell’UIAA ha prodotto una serie di articoli riguardanti la salute delle donne, le patologie e le prestazioni in alta quota. Grazie al lavoro di un team internazionale di esperti sono stati sviluppati due tipi di documenti: review riguardanti specifici argomenti come la gravidanza e review circa le differenze a proposito di malattie, nutrizione, patologie da freddo, mortalità in alta quota.
Le ricerche nel campo della fisiologia tra il 1970 e il 2020 hanno avuto luogo per l’83% in sette nazioni (35% della popolazione in alta quota). Gli studi sono stati effettuati per lo più su maschi. Maschi e femmine hanno la stessa possibilità di successo nel corso di un’impresa alpinistica, con uguale percentuale di mortalità nel corso di una salita all’Everest. Gli studi nel campo delle malattie dell’apparato cardiovascolare sono stati realizzati quasi sempre nei maschi. Le donne presentano una sintomatologia diversa, differenti profili di rischio e differenti esiti (sex-specific cardiovascular medicine). Storicamente l’osteoporosi viene percepita come una malattia del periodo post-menopausale delle donne. Tra i limiti degli studi di fisiologia in alta quota il numero ridotto di partecipanti, difficoltà nel reclutare volontari, alti costi. Gli studi osservazionali interessano popolazioni eterogenee con grande variabilità di etnia, età, sesso e quota di residenza. A volte gli studi vengono interrotti a causa di malattie, esercizio fisico, logistica, compliance, condizioni meteo avverse, cambiamento di itinerario in un trekking o in una spedizione alpinistica. In un gruppo composto da meno di trenta persone possono essere evidenziate solo grandi differenze. Per superare il problema si dovrebbero ridurre gli errori di misura e disporre di campioni più omogenei. Secondo le linee guida STAR meno del 50% degli studi in campo medico possono essere riprodotti, specie quelli in alta quota. La proposta non è di scartare gli studi di eccellenza in alta quota, ma di considerare le lacune presenti in base all’esperienza di grandi gruppi di lavoro internazionali. Il secondo scopo è di sottolineare il contesto fisiologico essenziale ai fini della metodologia di studio. La metodologia riguardante lo studio della salute delle donne in montagna considera alta quota quella oltre i 2500 metri. Prende in considerazione soggiorni in alta quota inferiori a tre mesi ed esclude studi su donne esposte all’alta quota per lungo tempo (residenti in alta quota o popolazioni native). Molti aspetti delle donne in alta quota sono stati studiati, ma molte domande stanno aspettando una risposta qualificata e basata sull’evidenza. Nel corso della fase follicolare del ciclo mestruale della donna in alta quota si assiste a un indebolimento dell’emodinamica cardiaca. Nel corso della fase luteinica aumentano la disponibilità di ossigeno e la capacità all’esercizio. Le donne che salgono in alta quota raggiungono i massimi valori di emoglobina e di ematocrito più velocemente (cinque giorni) rispetto agli uomini (sette giorni). Lo stato di anemia e il bilancio del ferro costituiscono una variabile importante. Esiste un numero di studi molto limitato riguardante le donne che soggiornano in alta quota e che assumono contraccettivi ormonali. Alcuni studi si sono occupati della contraccezione ormonale orale soprattutto per controllare il ciclo mestruale e non per valutare l’effetto della sola contraccezione orale. Non si sa se l’ipossia ipobarica alteri l’efficacia della contraccezione orale in alta quota. Molti contraccettivi orali esistono in commercio nel mondo intero con diversi dosaggi di estro-progestinici, con conseguente difficoltà nel fare un confronto. Gli studi circa la prestazione fisica e gli effetti trombotici della contraccezione orale in alta quota sono pochi e con limitata qualità. Mancano evidenze scientifiche riguardanti gli altri tipi di contraccezione in alta quota. Ecco perché si sente la necessità di stabilire raccomandazioni anche per rispondere alle tante domande da parte delle donne. Un’ulteriore motivazione circa la ricerca sulla salute delle donne viene portata avanti dalle alpiniste di élite che vanno in altitudine, le quali vogliono essere informate circa la prestazione e l’allenamento.
Linda Keyes, adjunct professor of Emergency Medicine della Colorado University, vice-president dell’ISMM, ha parlato di “Women in the mountains: myth and busters”. La relatrice ha ribadito che la ricerca sulle donne in alta quota è molto scarsa. In alta quota il ciclo mestruale non sembra avere effetto su acclimatazione, funzionalità cardiovascolare ed esercizio fisico. L’utilizzo di progesterone esogeno negli uomini non aumenta la SpO2 e non previene l’AMS. Le donne in post-menopausa non sono a più alto rischio di sviluppare l’AMS rispetto a quelle in pre-menopausa. L’effetto dei farmaci può avere effetti diversi nelle donne rispetto agli uomini. Le donne che non hanno fattori di rischio per VTE (tromboembolismo venoso) non dovrebbero interrompere l’assunzione di contraccettivi orali di tipo ormonale in alta quota. In conclusione il progesterone sia endogeno che esogeno non presenta importanti effetti su acclimatazione, prestazione fisica o sviluppo di AMS nelle donne. L’alta quota non costituisce un fattore di rischio indipendente per il tromboembolismo venoso e non dovrebbe preoccupare le donne che assumono estrogeni. È importante identificare e studiare le differenze legate al sesso nel campo della medicina d’alta quota. Occorre produrre dati nel campo della fisiologia della donna in alta quota.
Volker Schöffl, Adiunct professor of Trauma and Orthopaedica Surgery, University Erlangen-Nuremberg, Germany and Adjoint Assistant Professor of Emergency Medicine, University of Colorado School of Medicine, ha, poi, parlato di “RED-S Relative Energy Deficency in Sports”. Il relatore ha parlato dell’energia che l’organismo richiede per i vari processi vitali. I RED-S, o deficit energetico relativo nello sport, è il risultato di un apporto calorico insufficiente e/o di un dispendio energetico eccessivo, che può avere un impatto rilevante e duraturo sullo stato di salute degli arrampicatori, indipendentemente dal sesso. Ciò comporta una moltitudine di sintomi e compromette la salute e la prestazione degli atleti. Comprendere come la RED-S si manifesta nel contesto dell’arrampicata aiuta a prevenire infortuni, a garantire la salute, a favorire pratiche sostenibili per lo sport e il futuro della ricerca. Esistono alcuni arrampicatori che hanno un basso BMI e una bassa percentuale di grasso. Un preoccupante numero di arrampicatori di alto livello non raggiunge l’adeguato status nutrizionale o il fabbisogno energetico necessari per sostenere un grado moderato di allenamento. Ciò denota l’importanza di mettere a punto un piano dietetico individuale per arrampicatori con LEA (Low Energy Availability), sottolineando la necessità di saper riconoscere, diagnosticare e completare strategie di cura che prendano in considerazione la condizione di salute psico-fisica nella sua interezza. La LEA può procurare alterata micro-architettura e diminuzione della densità minerale dell’osso, aumentando il rischio di fratture da stress in soggetti con un BMI inferiore a 17, nonché amenorrea e aumentato rischio di infezioni (diminuzione della secrezione di IgA). Questa situazione può aprire la strada a depressione, o a disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia. L’anoressia è un grave disturbo di natura psichiatrica caratterizzato dal terrore incontrollabile di aumentare di peso, dalla lotta quotidiana nei confronti della fame e dal conseguente dimagrimento a volte così importante da mettere a repentaglio la vita. Tra i segnali di allarme l’overtraining, drastica diminuzione delle calorie introdotte quotidianamente, competizione di tipo ossessivo, sbalzi di umore. Nel corso di uno studio realizzato su 147 atleti appartenenti a 32 nazioni è stato evidenziato che circa la metà degli individui ha tentato di cambiare il proprio peso corporeo; il 16% delle atlete ha sofferto di amenorrea, il 23% degli atleti ha ridotto l’apporto di cibo. Il 13,4% ha dovuto affrontare disturbi di tipo alimentare. Il 22,2% delle atlete classificate come amenorroiche ha sofferto di disturbi alimentari, sintomi comuni di RED-S. L’anoressia atletica è un disturbo del comportamento alimentare che colpisce per lo più gli atleti che competono in sport che richiedono una corporatura esile o una riduzione della massa corporea. Si tratta di un comportamento alimentare anomalo che può portare a seri problemi di salute sia fisica sia mentale e influenzare in modo negativo la prestazione sportiva. Oltre ai dati antropometrici (BMI, MI) è stato utilizzato un nuovo metodo di studio mediante ultrasuoni per valutare il tessuto adiposo sottocutaneo (SAT). Il grasso corporeo è un organo endocrino che produce ormoni e che svolge un ruolo importante per le funzioni fisiologiche, soprattutto nelle atlete. Le atlete di élite hanno circa tre volte la quantità di SAT rispetto agli atleti di élite. Lo studio è stato effettuato con il supporto della International Federation of Sport Climbing (IFSC), con l’obiettivo di proteggere la salute degli atleti e garantire una prestazione fisica ottimale. Gli atleti vengono monitorati mediante una visita medica annuale, la misura del BMI, con particolare attenzione ai disturbi di tipo alimentare. Vengono effettuati la plicometria, esami ematochimici, secondo le linee guida dell’IFSC, compresa la determinazione dei valori degli ormoni della sfera sessuale e della leptina. Viene eseguita una valutazione psichiatrica, un ecocardiogramma e la misura della densità minerale ossea. Vengono fornite informazioni ai genitori degli atleti.
Tra gli eventi si è svolto un workshop dal titolo “Training for hypoxia” a cura di James Barber e Patrycia Jonetko presso la chiesa metodista. Negli anni ’30 il Soviet Barometric Laboratory è stato creato presso l’Accademia Medica Militare di Leningrado per opera di alcuni scienziati sovietici, pionieri che hanno effettuato le prime ricerche sull’ipobaria e sull’iperbaria, permettendo, successivamente, al cosmonauta Juri Gagarin di diventare il primo uomo nello spazio. I piloti sovietici hanno volato in cabine aperte a 5000-6000 metri di quota. Nicolai Sirotinin (1896-1977) dimostrò che ripetute esposizioni all’alta quota portano all’acclimatazione. Nel 1946 è stata ideata la “Operation Everest 1” nel corso della quale quattro uomini sono rimasti in una camera ipobarica della US Navy, a una quota simulata di 8800 metri. Nel 1968 si disputarono a Città del Messico le Olimpiadi a una quota di 2240 metri; in tale occasione lo studio dell’allenamento in alta quota è stato particolarmente approfondito. Nel 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler effettuarono la prima salita dell’Everest senza l’utilizzo di ossigeno supplementare. Nel 1992 lo scienziato finlandese Heikki Rusko fece costruire una “casa in alta quota” (The Vuokatti nitrogen house) con una concentrazione di ossigeno del 15,3% per adattarsi all’alta quota. La tecnologia inventa tende ipossiche, maschere ipossiche portatili e stanze ipossiche, come quelle dell’Altitude Center di Londra, che opera dal 2003. Nel corso dello stesso anno Richard Pullan utilizzò l’ipossia per prepararsi ad attraversare l’Oceano Atlantico con una barca a remi e fondò l’Altitude Center a Londra. Il pre-acclimatamento effettuato in ipossia ipobarica mostra benefici. Nel 1978 la salita dell’Everest senza ossigeno di Reinhold Messner ha evidenziato che, oltre a un ottimale equilibrio funzionale e alla capacità, fondamentale importanza rivestono la motivazione e l’energia. I sistemi di pre-acclimatazione hanno una discreta diffusione tra le spedizioni alpinistiche commerciali in alta quota, sono abbastanza diffusi nel mondo, sono classificati come “non medical devices” e non hanno protocolli individualizzati. Non si sa quale possa essere il protocollo ottimale. Non si sa se l’ipossia ipobarica intermittente sia efficace in tutte le categorie di alpinisti. Rimane il problema di standardizzare la dose ipossica individuale che possa avere il massimo effetto ai fini dell’acclimatamento: quanto e per quanto tempo.
Nel corso della seconda sessione del congresso, il primo relatore è stato Nick Galpin, UIAA SafeCom and British Mountaineering Coucil, con una presentazione dal titolo “Warming mountains: climate change and the effects on gear. Bolts and mountain safety”. Stiamo assistendo ad un aumento delle temperature, con conseguente impatto sull’equipaggiamento in montagna, con particolare attenzione ai fenomeni di corrosione. I pericoli stanno aumentando. Le precipitazioni stanno cambiando e il permafrost si sta sciogliendo. Le aziende produttrici e i clienti sono molto consapevoli circa l’impatto dell’attrezzatura sull’ambiente. Ci si chiede cosa possano fare sia la legislazione sia le aziende. Si sta pensando al riciclo per i materiali. La standardizzazione dell’attrezzatura può ridurre il rischio in montagna. Il relatore ha parlato del riciclo e del riuso dei materiali, come effettuato da Mammut (reduce, revise, recycle), per limitare il danno.
Mylène Jacquemart, glaciologa ETH di Zurigo, ha parlato di “Impact of climate change on rock and ice hazard”. La massa dei ghiacciai sta diminuendo. Anche il permafrost si sta sciogliendo a livello globale. Sempre più comuni sono le cadute di rocce. Tra queste l’enorme frana della parete Nord-Est del Pizzo Cengalo del 23 agosto 2017, il crollo del massiccio del Fluchthorn nel mese di giugno 2023 nelle Alpi Austriache, l’enorme crollo sotto la parete Nord del Piz Scerscen il 14 aprile 2024, il crollo del Kleins Nesthorn il 28 maggio 2025 che ha distrutto il villaggio di Blatten in Svizzera. Lo scioglimento del terreno precedentemente congelato, riducendo la coesione tra le rocce, ha provocato il crollo. Si tratta di un segnale che pone l’attenzione sull’impatto del cambiamento climatico sulle montagne. In particolare il disgelo del permafrost rappresenta una minaccia crescente per la stabilità delle montagne. Sicuramente si tratta di uno dei maggiori eventi di dissesto avvenuti sull’arco alpino nel corso degli ultimi anni.
Anne-Aylin Sigg, specialist in intensive care medicine and internal medicine, IFMGA mountain guide, ha parlato di “Does climate change influence mountain medicine?” Le condizioni della neve e del ghiaccio stanno diventando sempre più imprevedibili. Le valanghe di neve umida sono sempre più frequenti. Le cadute di rocce e di ghiaccio sono all’ordine del giorno. Il cammino dei ghiacciai è sempre meno stabile. Le stagioni stanno progressivamente cambiando. Stanno aumentando le malattie infettive trasmesse da vettori (dengue, malaria, malattia di Lyme). Gli incidenti causati da scariche di sassi o di ghiaccio sono sempre più comuni. L’aumento delle temperature anche in montagna facilitano la comparsa di disidratazione e di malattie causate dal calore. Il numero degli incidenti fatali è in aumento sulle montagne austriache: incremento del 5% nell’alpinismo, del 10% nell’arrampicata e del 7% nella pratica dello sci. In Canada l’aumentata densità della neve determina un’asfissia più veloce nei travolti da valanga. Inoltre, l’irregolarità del terreno causa un maggior numero di traumi. La Fondation Petzl ha pubblicato uno studio sui rischi dell’attraversamento del couloir du Goûter, il punto più critico della salita al Monte Bianco. Tra il 1990 e il 2027 si sono verificati, a causa della caduta di pietre, 347 incidenti, con 102 morti e 230 feriti. Il cambiamento climatico determina effetti diretti: la diffusione degli allergeni, e degli inquinanti dell’aria e dei virus e dei batteri ed effetti indiretti: le ondate di calore facilitano la comparsa delle malattie causate dal caldo, mentre gli eventi estremi stanno diventando sempre più comuni. Il numero delle persone che frequentano la montagna è in aumento.
Jo Bradwell e Mark Edsell sono intervenuti per parlare di “Assessing the environmental impact of medical field research”. I due relatori hanno descritto l’attività svolta dalla “Birmingham Medical Research Expeditionary Society (BMRES)” che è nata nel 1976. La società ha organizzato sedici grandi spedizioni e cinque spedizioni alpinistiche nel corso degli ultimi cinquant’anni. Sono state pubblicate 200 peer-reviewed paper, compreso uno studio sull’efficacia del diamox pubblicato su Lancet. Nel 1999, durante una spedizione scientifica in Sikkim, al campo base del Kanchenjunga, con diciotto partecipanti, sono stati effettuate ricerche sull’ipossia e sulla funzionalità renale. I relatori hanno parlato del costo di una spedizione in termini di produzione di anidride carbonica, con conseguente danno ambientale. Per questo hanno voluto valutare il danno ambientale causato dalla spedizione. Sono state prese in considerazione soluzioni sostenibili dal punto di vista ambientale per fornire energia, riducendo e mitigando l’impatto.
Alcuni alberi sono in grado di assorbire l’anidride carbonica. Dopo la spedizione sono stati piantati alcuni alberi per creare nuove foreste (riforestazione) con lo scopo di assorbire dieci tonnellate di anidride carbonica all’anno.
Il mattino del 19 maggio i lavori del congresso sono iniziati con una sessione dal titolo “Children in the mountains” moderata dal francese Benoit Champigneulle del Centre Hospitalier Universitaire di Grenoble. La prima relatrice è stata la pediatra svizzera Susy Kriemler con una presentazione dal titolo “Why do we need children’s recommendations?”. I bambini non sono piccoli adulti. Le loro reazioni si basano sul loro stadio di sviluppo, non su quello degli adulti. Al momento della nascita il cervello è sviluppato per il 25%. I neonati presentano una più bassa ossigenazione del cervello. La corteccia pre-frontale, responsabile di ragione, planning e controllo degli impulsi, non è ancora completamente sviluppata. Il sistema limbico, il centro emozionale, si attiva prima. Vi sono differenze dal punto di vista della fisiologia, dello sviluppo e del comportamento tra i diversi gruppi di età. I bambini in alta quota non presentano sintomi di ipossia, pur essendo qualcuno tra loro ad alto rischio di svilupparla anche in forma severa. In generale si può dire che i bambini in alta quota stiano bene. Ad ogni modo è utile prestare attenzione ai piccoli tra sei settimane e un anno, così come ai bambini di oltre otto anni o affetti da malattie delle alte e basse vie respiratorie o da altre patologie croniche (fibrosi cistica, asma) che si possono aggravare con l’ipossia o ai bambini con una storia di re-entry HAPE. Alcune condizioni come trisomia 21, anemia severa, epilessia ed emicrania vanno attentamente valutate prima di condurli in montagna. Molto importante sarebbe effettuare uno screening per le cardiopatie congenite. L’ultima review della letteratura riguardante i bambini in alta quota risale a 25 anni fa.
Mattias Hilty, intensivista della Zurich University, ha parlato di “High altitude illness in children”. Il relatore ha citato alcuni casi di edema polmonare d’alta (HAPE) di bambini. Il trattamento dell’HAPE dei bambini prevede la discesa immediata, l’uso di ossigeno supplementare, di nifedipina (40 milligrammi a lento rilascio, due volte al giorno), oppure di sildenafil (1 milligrammo/Kg di peso corporeo) fino a un massimo di 50 milligrammi tre volte al giorno. In caso di non disponibilità considerare la somministrazione di amlodipina (0,1-0,2 milligrammi/kg. di peso corporeo) fino a un massimo di 10 milligrammi una volta al giorno. Può essere utilizzata la camera iperbarica portatile. La fatica fisica deve essere ridotta. Viene raccomandato l’utilizzo di profilassi con farmaci per i bambini con una storia di AMS severo o di HACE. Nei casi in cui si consiglia la profilassi viene raccomandata la somministrazione di acetazolamide (1,25 milligrammi/Kg di peso corporeo) fino a un massimo di 125 milligrammi due volte al giorno. Il trattamento dell’AMS nei bambini prevede la discesa, la somministrazione di ossigeno supplementare, la somministrazione di acetazolamide (2,5 milligrammi/Kg di peso corporeo) fino a un massimo di 250 milligrammi per dose, due volte al giorno, la somministrazione di desametasone (0,15 milligrammi/Kg di peso corporeo) fino a un massimo di 4 milligrammi quattro volte al giorno fino a un massimo di sette giorni. Ache in questo caso può essere utilizzata la camera iperbarica portatile. Può essere effettuato un trattamento sintomatico con farmaci analgesici (paracetamolo, ibuprofene) o con antiemetici. Vanno limitati lo sforzo fisico e l’esposizione al freddo. Si raccomanda di ritardare l’esposizione all’alta quota, compresi i viaggi aerei. Si raccomanda, inoltre, di evitare i viaggi non urgenti in alta quota fin dopo i sei mesi di vita. Undici studi hanno confrontato l’epidemiologia dell’AMS tra bambini e adulti e non hanno notato differenze. Hilty è il coordinatore di una review sistematica e di un expert consensus, un progetto promosso da UIAA e ISMM.
Deborah Miller, pediatra statunitense, ha parlato di “Environmental factors affecting children at high altitude”. Ogni bambino e ogni situazione sono tra loro differenti. Occorre prestare una particolare attenzione ai bambini che si espongono al freddo. Il rischio di ipotermia è particolarmente presente nei neonati. Importante è la scelta di un adeguato equipaggiamento. I bambini vanno protetti dai raggi solari e idratati in modo adeguato. Gli itinerari devono essere adatti ai bambini: dovrebbero avere una lunghezza pari mezzo miglio (poco più di 800 metri) per anno di età. Ci deve essere sempre una valutazione del rischio, prima di partire per un’escursione con bambini.
Andreas Schweizer, ortopedico della Balgrist University of Zurich, ha parlato di “Climbing injuries of the hand in adolescents and kids”. Il relatore ha descritto i traumi dei giovani arrampicatori, citando una serie di casi clinici.
Nel pomeriggio Giacomo Strapazzon, Mountain Clinic dell’Eurac di Bolzano, ha ricordato Paolo Cerretelli, eminente scienziato e fisiologo degli ambienti estremi, figura di riferimento internazionale nello studio dei limiti della prestazione umana e della risposta dell’organismo alle condizioni ambientali più severe, scomparso il 20 febbraio 2026.
Christine Ebert Santos, pediatra del Colorado (USA), ha presentato il suo libro “Surviving and thriving at altitude”, da poco pubblicato. La relatrice ha descritto alcuni casi di HAPE nei bambini che si sono verificati in Colorado durante i 25 anni della sua attività nel campo della medicina di montagna. Importante è distinguere una polmonite da un HAPE nei bambini: la diagnosi differenziale è consentita dalle radiografie che mostrano immagini differenti a seconda della patologia.
Mireia Vicente Mora, medico dell’Istituto di Medicina di Emergenza in Montagna dell’Eurac di Bolzano, ha parlato dell’esperienza di un paraplegico spagnolo che, lo scorso anno, in cinque giorni è salito in bicicletta fino all’ultimo campo del Kilimangiaro, accompagnato da un gruppo di portatori.