LA MONTAGNA TECNOLOGICA

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La Società Italiana di Medicina di Montagna (SIMeM) e l’Azienda USL della Valle d’Aosta, in collaborazione con il Centro di Addestramento Alpino di Aosta e la Mountain Clinic dell’Eurac di Bolzano, l’8 novembre 2025 hanno organizzato presso la sala congressi della caserma Cesare Battisti di Aosta il convegno dal titolo “Tecnologia e innovazione in medicina di montagna: sfide e opportunità”.

Dopo i saluti istituzionali, hanno avuto inizio i lavori.

La prima sessione era intitolata “Sicurezza e prevenzione nella frequentazione della montagna, dalla bassa quota all’ambiente artico: quali aspetti innovativi?”, moderata da Guido Giardini, Marika Falla e Annalisa Cogo.

Davide Piccolo, chirurgo vascolare dell’ospedale di Aosta, è stato il primo relatore con una presentazione dal titolo “Lesioni da congelamento: prevenzione e trattamento”. Le persone più a rischio di congelamento sono gli alpinisti, ma soprattutto gli homeless. Le principali cause: attività in aree a bassa temperatura, alta quota, abbigliamento inadeguato, malattie psichiche, abuso di sostanze, fatica, condizioni patologiche che alterano la sensibilità periferica (diabete, altre neuropatie), vittime di incidenti. Le lesioni da congelamento sono il risultato di un’esposizione prolungata a temperatura inferiore a 0°C, con formazione di cristalli di ghiaccio a livello tissutale. Sopra lo 0 si possono avere lesioni da freddo, senza congelamento. La conseguenza dell’esposizione dipende da vari fattori: temperatura, vento, durata dell’esposizione, abbigliamento, contatto con il suolo, patologie, disidratazione, uso di sostanze alcoliche o stupefacenti.

I congelamenti sono di riscontro infrequente, spesso vengono sottovalutati dal paziente stesso o dal medico curante. Di norma vengono curati con grande ritardo o in modo improprio. Esiste una fase di pre-congelamento (vasocostrizione, ischemia, iperemia, iperestesia, parestesia). La fase di congelamento/scongelamento prevede la formazione intra ed extracellulare di cristalli di ghiaccio, la degenerazione delle proteine e dei lipidi, le alterazioni elettrolitiche, la disidratazione e la lisi delle membrane cellulari e la morte cellulare. La fase vascolare è caratterizzata da una fluttuazione fra vasocostrizione e vasodilatazione, stravaso ematico o formazione di trombi, risposta infiammatoria tissutale, perdita del microcircolo. Infine vi è una fase ischemica tardiva con presenza di necrosi tissutale.

La prevenzione viene attuata con un’adeguata considerazione dell’esposizione a basse temperature, attenzione al meteo, minimizzando il tempo di esposizione al freddo. Vanno presi in considerazione gli effetti di patologie o di terapie in atto. Si deve saper riconoscere i principi di un congelamento e cercare di mantenere un’adeguata temperatura corporea (idoneo abbigliamento). Va previsto l’impiego di mezzi chimici o elettrici di riscaldamento. Vanno mantenute una adeguata idratazione e una corretta nutrizione. Non vanno assunti alcolici o droghe. In condizioni di ipossia severa (>7500 metri di quota) va considerato l’utilizzo dell’ossigeno. L’esercizio fisico incrementa la temperatura corporea. Per quanto riguarda il trattamento sul campo, ovviamente non si deve applicare ghiaccio o neve, né sfregare la parte congelata. Non ci si deve esporre direttamente al fuoco o a fonti di calore per il rischio di ustioni (vista l’insensibilità). Vanno rimossi i monili. Va valutata la modalità di soccorso: soccorso senza rischi di ricongelamento, soccorso con rischio di ricongelamento. La classificazione clinica prevede il I grado: eritema, aspetto giallo-brunastro su piccole aree rilevate. Il II grado con presenza di vescicole superficiali a contenuto chiaro, eritema ed edema. Il III grado prevede la presenza di flittene emorragiche con danno esteso a livello sottocutaneo. Il IV grado è caratterizzato da necrosi estesa a muscoli e ossa. Può essere utile l’impiego della telemedicina per fare diagnosi a distanza

La terapia prevede il trattamento dell’ipotermia spesso associata.Va garantita l’idratazione, evitando l’ipovolemia. Vanno effettuati bagni in acqua calda (38-40°C) con antisettico per 30 minuti. Va somministrato Ibuprofene (da 400 mg X 2/die a 600 mg X 2/die per 4-6 settimane) che riduce la produzione di prostaglandine e trombossani. In caso di allergia all’Aspirina (300 mg/die per os, poi, 100 mg/die), somministrare Clopidogrel (300 mg/die, poi, 75 mg/die).

Si deve trattare il dolore con paracetamolo o oppiacei, se necessario. Va prevista la rimozione chirurgica dei tessuti in sfaldamento. Si può ricorrere ad applicazioni di aloe vera. Va effettuata una medicazione protettiva, mantenendo le estremità in scarico. Va somministrato ossigeno se la saturazione è inferiore al 90% o se ci si trova a una quota superiore a 4000 metri. Nel corso del trattamento ospedaliero vanno impiegati prostaglandine, iloprost, nitroglicerina, pentoxifillina, fenoxibenzamina, nifedipina, reserpina, papaverina, buflomedil. In Europa il farmaco più utilizzato è l’iloprost, l’unico con evidenze scientifiche a supporto.  Una fiala di Endoprost (50 mcg/0,5 ml) in 250 ml di soluzione fisiologica. La soluzione (contenente 0,2 mcg di iloprost/ml) viene somministrata per infusione endovenosa continua, giornalmente, mediante l’uso di una pompa di infusione. Nei primi tre giorni di trattamento dovrà essere ricercata la dose massima tollerata individualmente. A tale scopo l’infusione verrà iniziata alla velocità di 10 ml/ora per 30 minuti. Saranno, quindi, possibili incrementi di ulteriori 10 ml/ora ogni 30 minuti sino a ad un massimo di 40 ml/ora. Dal quarto giorno e per tutta la durata del ciclo terapeutico sarà mantenuta la dose massima tollerata.

Il trattamento ospedaliero prevede la terapia antibiotica, la profilassi antitetanica e la trombolisi per i gradi più severi (III, IV), entro 24 ore dal riscaldamento dell’area congelata. Non esistono evidenze circa il beneficio della terapia con eparina. La trombolisi viene effettuata per via sistemica mediante infusione venosa (se lesioni a più arti): Actilyse in bolo 0,15 mg/Kg in 100 ml di soluzione fisiologica, poi, proseguire con Actilyse 0,15 mg/Kg per sei ore+ eparina ev come da protocollo. Tra gli altri trattamenti proposti: idroterapia, ossigenoterapia iperbarica, simpaticectomia, fasciotomie, amputazione con lesioni ben demarcate. Deve essere immediata in caso di sepsi. Presso l’ospedale di Aosta sono stati trattati 100 casi in dieci anni.

Giovanni Vinetti, Senior Reseracher dell’Institute of Mountain Emergency Medicine di Eurac Research di Bolzano, ha parlato di “Pre-acclimatazione con lo xenon: Xe-nonsense”. Una guida alpina austriaca è stato il primo alpinista a introdurre l’utilizzo dello xenon. Il relatore ha ricordato la salita dell’Everest realizzata da alcuni alpinisti inglesi, i primi che hanno raggiunto la vetta della montagna con l’aiuto dello xenon, accorciando il tempo di acclimatazione. Il 22 gennaio 2025 la commissione medica dell’UIAA ha prodotto un documento circa l’utilizzo del gas in oggetto, descrivendone gli effetti collaterali e sconsigliandone l’assunzione, non essendo stati ancora effettuati studi in proposito. 

L’assunzione dello xenon al 70% per due ore aumenta l’HIF-1 alfa e l’eritropoietina dopo 24 ore. Il gas viene utilizzato per proteggere il rene dal danno causato dalla riperfusione renale nei topi. La somministrazione di xenon per due ore protegge il sistema nervoso contro il danno da riperfusione nei topi. Lo xenon è stato utilizzato da alcuni atleti russi fin dai Giochi Olimpici del 2004. Nel 2010 un manuale scritto dal ministero della difesa russo ha raccomandato l’utilizzo dello xenon (50%) pochi minuti prima di andare a dormire per alcuni giorni. Il gas è stato utilizzato dai russi con dosaggio sub-anestetico in alcuni sport. Al momento non esistono evidenze scientifiche che respirando lo xenon vi sia un miglioramento della prestazione fisica in montagna.

Vittore Verratti, fisiologo dell’università di Chieti, ha parlato della “Modulazione della risposta HbO2 in alta quota: evidenze preliminari da supplementazione con Oxxylab”. Gli adattamenti alla quota includono modifiche a breve e lungo termine. Esistono, tuttavia, limiti ben definiti oltre i quali la permanenza umana risulta insostenibile senza interventi artificiali. Oxxylab è un integratore probiotico con ceppi di batteri lattici. Produce un effetto sul risparmio di ossigeno, contribuendo a ridurre la quantità di ossigeno necessaria ai tessuti per funzionare correttamente e migliorare l’ossigenazione tissutale in situazioni in cui l’apporto di ossigeno può essere limitato, come in ipossia. Riduce la quantità di ossigeno che raggiunge l’intestino, diminuendo la produzione di ossido nitrico, potente vasodilatatore. Questo effetto è ottenuto mediante inibizione competitiva dell’ossido nitrico sintasi inducibile 2 (NOS2), responsabile della produzione di NO. I livelli ridotti di NO aiutano anche a stabilizzare HIF1-alfa. Oxxylab esercita un doppio effetto nell’intestino, consentendo il risparmio di ossigeno. L’aumento dell’attività di HF1-alfa riduce l’ossigeno consumato dalle cellule proteggendole dall’ipossia. Quindi l’adattamento all’ipossia si ottiene spostando il metabolismo energetico verso percorsi che non richiedono ossigeno (principalmente glicolisi). La quantità di ossigeno non consumata a livello intestinale diventa disponibile per gli organi più critici nel breve periodo, già dopo due o tre ore. Il probiotico non aumenta l’ossigeno nel sangue, ma rende i tessuti meno “costosi” dal punto di vista metabolico, riducendo il consumo di ossigeno. Quindi, il cuore deve lavorare meno, con un battito più basso. La saturazione rimane costante e migliore è l’efficienza d’uso dell’ossigeno, coerente con l’ipotesi del “risparmio di ossigeno intestinale”. È stato effettuato uno studio randomizzato in doppio cieco, controllato con placebo, condotto nel corso della spedizione “Pyramid 24 Exploration and Physiology”, con esposizione a ipossia ipobarica (fino a 5050 metri). Hanno preso parte allo studio 21 italiani adulti sani, non acclimatati e 8 nepalesi, portatori di alta quota, maschi nativi. Sono stati somministrati il probiotico Oxxylab e il placebo: 2 dosi/die per otto giorni agli italiani e una doppia dose/die per otto giorni ai nepalesi.  I risultati complessivi dello studio mostrano in modo coerente che la supplementazione con probiotico con Oxxylab preserva la saturazione di ossigeno (SpO2) durante l’esposizione all’ipossia ipobarica (fino a 5050 metri), riduce in modo significativo la desaturazione notturna e mantiene un effetto residuo anche dopo il rientro a bassa quota. Tra le possibili ricadute cliniche e applicative la prevenzione fisiologica della desaturazione notturna, riduzione dello stress ipossico in lavoratori, portatori, militari, guide alpine. L’integratore può contribuire al mantenimento della performance aerobica e della qualità del sonno. Può proteggere organi e tessuti a basso flusso di ossigeno. Può preservare le funzioni cognitive.

Simona Mrakic Sposta, ricercatrice del CNR di Milano, e Cristina Ranuncoli del CONI di Aosta hanno illustrato lo studio condotto nel corso di Campo Alta Quota 2023-24 a 3500 metri di quota a punta Helbronner in collaborazione con il Centro di Addestramento Alpino di Aosta. Sono stati monitorati e valutati alcuni marcatori biologici, indicatori di stress ossidativo, infiammazione, stress sistemico e ormoni dell’appetito mediante raccolta di campioni con metodica non invasiva (saliva e urine). La progressiva riduzione della pressione atmosferica e, quindi, della pressione parziale di ossigeno, innesca una serie di meccanismi compensatori messi in atto dall’organismo per adattarsi all’ipossia tissutale. Tale processo di adattamento coinvolge risposte ventilatorie, ematologiche, cardiovascolari e metaboliche, finalizzate al mantenimento di un adeguato apporto di ossigeno. La rapida esposizione all’altitudine induce cambiamenti molecolari funzionali, come la generazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), con conseguente danno ossidativo e sistemico. Le attività militari in ambiente ipobarico e freddo sono caratterizzate da un insieme di condizioni estreme che mettono a dura prova la fisiologia umana tra cui: elevati carichi fisici e mentali, spesso in condizioni di ipossia, freddo intenso, disidratazione e privazione di sonno. Nel complesso, l’adattamento all’ambiente ipobarico rappresenta per il militare una sfida multidimensionale, che richiede un equilibrio tra capacità fisiche, resilienza psicologica e conoscenze tecniche, elementi indispensabili per operare efficacemente in condizioni estreme e per preservare la salute e la prontezza operativa del personale. Lo studio è stato effettuato su 18 alpini (sesso maschile) durante 72 ore di permanenza sul ghiacciaio del Gigante. Campioni di saliva e di urina e scale psicometriche sono state raccolte alle 7 del mattino pre e post esercizio fisico (baseline ad Aosta), ogni giorno durante il campo e 15 giorni dopo. Dai biofluidi sono stati analizzati: produzione di ROS, capacità anti-ossidante totale (TAC), perossidazione lipidica (8-isoprostano), ossidazione del DNA (80H-dG), interleuchina-6 (IL-6), sostanza P, concentrazione di cortisolo, leptina e grelina. I risultati ottenuti hanno evidenziato l’aumento dei marcatori di stress ossidativo, infiammazione e dei cambiamenti ormonali. L’incremento dei livelli di cortisolo e di leptina riflettono ulteriormente le esigenze metaboliche ed endocrine imposte dall’altitudine. È stata dimostrata l’adattabilità biofisiologica degli Alpini in risposta alle condizioni ambientali estreme dell’alta quota e dell’esposizione al freddo. I risultati evidenziano l’importanza di strategie mirate di addestramento e di acclimatazione alle condizioni estreme. La ricerca valorizza, inoltre, l’adattabilità del personale militare e contribuisce ad ampliare la conoscenza scientifica.

Matteo De Angelis dell’università di Chieti ha illustrato uno studio effettuato nel corso di una spedizione in Nepal per studiare i profili epatico, renale e metabolico mediante Point of Care sul campo, durante un’esposizione sub-acuta con attività fisica, mappando una risposta fisiologica fino ad ora poco studiata. Le variazioni delle proteine plasmatiche sono in linea con la letteratura (aumento). Contrariamente a molti studi su esposizione acuta non sono stati osservati danno epatico e danno renale. Si è osservato un calo generalizzato del profilo lipidico.

Damiano Presciani, medico dell’elisoccorso di Aosta, ha parlato del “Futuro dell’emergenza pre-ospedaliera in montagna”. Il relatore ha affrontato l questione di EMSy (Emergency Medical System), un alleato affidabile nei momenti di massima pressione di un soccorso in montagna. L’AI è stata messa al servizio di medici, infermieri e soccorritori, fornendo uno valido strumento in grado di ridurre i tempi di decisione, aumentando la sicurezza e supportando la formazione continua. L’esperienza umana non viene sostituita, ma potenziata. Un assistente AI è presente in ogni missione di soccorso in montagna. Si dovrebbe arrivare a una riduzione significativa dei tempi decisionali in scenari complessi. L’idea è nata da Simon Grosjean e Damiano Presciani, entrambi medici dell’emergenza territoriale, per supportare chi opera sul campo. Dietro a EMSy ci sono medici ed infermieri del 112 della Valle d’Aosta.

Samuel Vergès dell’INSERM (Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale) di Grenoble, ha tenuto una lettura magistrale dal titolo “Limits of human adaptation to hypoxia in the highest city in the world”. Nel mondo oltre 80 milioni di persone vivono a più di 2500 metri di quota. Il relatore ha parlato del progetto scientifico realizzato a partire dal 2019 nel Sud del Peru a La Rinconada a 5300 metri di altezza, la città più alta del mondo. È stato il primo programma medico-scientifco inedito in questa città sperduta sulle Ande, dove si trova una miniera d’oro. Nelle popolazioni che vivono nelle regioni andine l’emoglobina aumenta a causa dell’alta quota. La permanenza in alta quota facilita nelle donne gravide la comparsa di malformazioni congenite e di pre-ecclampsia. Il peso dei neonati alla nascita è più basso e la crescita nell’adolescenza è più lenta. La massima prestazione fisica è più ridotta. Negli adulti il male cronico di montagna aumenta, come pure la mortalità dovuta a malattie polmonari. La malattia cronica di montagna (morbo di Monge, CMS) è il risultato di un cattivo adattamento alla permanenza in altitudine, che compare oltre i 2500 metri. È caratterizzata da un numero eccessivo di eritrociti. Può essere classificata tramite uno score, che ne quantizza i sintomi: dispnea, palpitazioni, disturbi del sonno, cianosi, dilatazione delle vene, parestesie, mal di testa, tinnito, eritrocitosi. Lo scopo del progetto “Expedition 5300” è stato di studiare l’ipossia cronica (adattamento e maladattamento). La massa etritrocitaria è stata studiata mediante l’utilizzo dell’ossido di carbonio. Nei 57 nativi studiati Il valore di emoglobina era mediamente di 20,3 grammi per decilitro di sangue. L’ecocardiografia ha evidenziato la dilatazione del ventricolo destro e la comparsa di ipertensione polmonare e un rimodellamento concentrico del ventricolo sinistro. Queste alterazioni sono più evidenti nei soggetti affetti da malattia cronica di montagna. Le valutazioni poligrafiche hanno rilevato una notevole diminuzione della saturazione dell’ossigeno (pO2=79%). La popolazione della Rinconada offre una straordinaria opportunità per studiare l’adattamento degli esseri umani all’ipossia cronica severa.

Luigi Festi, membro della commissione medica dell’UIAA e vicepresidente della SIMeM, ha moderato una tavola rotonda dal titolo “Cammini condivisi: intelligenza artificiale, etica e futuro tra le vette”. Vi hanno preso parte Nicola Borasio, Luca Carenzo, Alessio Cavicchioli, Paolo Comune, Guglielmo Gallone, Annibale Salsa, don Alessandro Mantini, Stefano Tedeschi e Vittore Verratti.

Annibale Salsa, past president del CAI, è stato il primo a dialogare. Ha parlato della frequentazione di massa della montagna, un fenomeno attualmente molto diffuso, che, purtroppo, rappresenta una forma di analfabetismo territoriale. Un problema difficile da affrontare, che comporta il rischio di far diventare la montagna un non luogo a causa del deterioramento.

Nicola Borrasio, medico sportivo di Padova, ha illustrato il ruolo del medico dello sport e dell’esercizio fisico quale supporto per la salute degli atleti. Si possono effettuare screening degli atleti, limitando alcuni rischi per la salute. È possibile, inoltre, valutare la condizione di salute della popolazione che frequenta la montagna. Ciò può attuarsi mediante la consapevolezza dei propri limiti, una valutazione funzionale, questionari o test ambulatoriali, individuando attività adatte alla capacità di ognuno.

Don Alessandro Mantini, sacerdote della Diocesi di Roma e laureato in ingegneria elettronica con indirizzo in sensoristica e robotica, ha parlato di come si concilia la libertà di andare in montagna con la necessità di dover gestire le situazioni di pericolo, mediante l’uso della razionalità e della carità verso l’uomo, la conoscenza, la comprensione, la contemplazione, recuperando la funzione della persona. Serve una maggiore responsabilità, andando alla ricerca della verità.

Paolo Comune, responsabile del CNSAS della Valle d’Aosta, è intervenuto per far presente il nuovo approccio alla montagna, le nuove metodologie di soccorso e il maggior rischio. Turisti, escursionisti e alpinisti hanno diverso grado di consapevolezza. La Valle d’Aosta presenta montagne con quote elevate e accessi difficili. Attualmente si ha l’illusione che tutto sia possibile. Si deve far capire ai frequentatori della montagna che il soccorso c’è, ma non può essere garantito nei tempi previsti. Non è scontato e non esiste matematica certezza. Serve la consapevolezza di dove ci si trova e di che cosa si sta facendo. L’impiego di nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, sta dando ottimi risultati.

Alessio Cavicchioli, generale comandante del Centro di Addestramento Alpino di Aosta, ha aperto il suo intervento dicendo che la guerra rappresenta un’esternazione di aggressività, contiene il concetto di estremo, con una rimodulazione della percezione del rischio. L’intelligenza artificiale può portare a errori di cui bisogna tenere conto per porvi rimedio. L’esercito va ad esplorare una quota a parte di territorio non ancora accessibile. L’esercito applica la tecnologia alle dinamiche militari mediante collaborazione, interazione e massima efficacia.

Stefano Tedeschi, dell’università della Valle d’Aosta, ha fatto presente che ci si dimentica di chi vive e lavora in ambiente montano. Va dato un ruolo alla connessione di rete onde evitare lo spopolamento della montagna. Va innescato un circolo virtuoso per un’innovazione sociale. Per creare un’alternativa servono le tecnologie. L’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento che si presta molto bene. Vanno costruiti spazi di co-working. Anche in bassa valle va promosso il turismo, quale risorsa importante.

 

Vittore Verratti, professore ordinario di fisiologia presso l’università di Chieti, è intervenuto per sottolineare l’importanza della ricerca clinica in montagna. Il relatore ha ricordato il mito della caverna di Platone, che prevede la necessità di alcuni passaggi per raggiungere la verità. Tale mito costituisce una delle allegorie più famose della filosofia platonica e rappresenta una metafora molto forte circa la condizione umana rispetto a conoscenza e verità. L’intelligenza artificiale ha potenzialità che vanno sfruttate. La montagna costituisce un luogo dove l’uomo deve imparare a conoscere sé stesso e dove deve essere autosufficiente e avere la capacità di muoversi senza supporto tecnologico.

Luca Carenzo, medico anestesista rianimatore di Humanitas, ha parlato della conoscenza che permette di decidere. Non succede mai che l’intelligenza artificiale sia in grado di sostituire il medico, che, però, deve conoscerla. Quest’ultima può essere di aiuto.

Guglielmo Gallone, cardiologo di Torino, ha parlato del ruolo delle nuove tecnologie nelle attività di prevenzione delle patologie cardiovascolari. La prevenzione e il trattamento rivoluzioneranno il modo di approcciarsi alla montagna. Gli smart watch possono monitorare alcuni parametri biologici. Sarà possibile giungere a diagnosi in modo precoce. L’uso dei wearable permette sia di utilizzare una metodologia che fornisce dati sia di strutturare algoritmi. Fare prevenzione vuol dire far crescere la cultura. Si potrà sempre più utilizzare la simulazione ai fini della formazione.

Annibale Salsa è di nuovo intervenuto per parlare del rapporto medico-paziente in ambito montano. È opportuno giungere a una umanizzazione della scienza e della tecnologia. L’uomo non deve essere dominato dalla tecnica. Il rapporto tra uomo e tecnica deve essere tenuto sotto controllo. Attualmente ci troviamo in una situazione borderline. Dobbiamo fare molta attenzione.

Luigi Festi ha fatto presente che spesso vengono commessi errori umani in una missione di soccorso in montagna, come durante il triage di un evento valanghivo. Fondamentali sono l’esperienza, la preparazione, la competenza e l’occhio clinico, ciò che l’intelligenza artificiale non potrà mai fare.

Dopo la sessione poster, coordinata da Oriana Pecchio, Giancelso Agazzi, Francesco Marchiori, Nicola Borrasio e Luca Carenzo, ha avuto luogo la seconda sessione del convegno dal titolo ”Tecnologia a bassa e alta quota: nuove applicazioni e strumentazioni”, moderata da Lorenza Pratali, Simona Mrakic Sposta e Stefano Trinchi.

Piergiuseppe Agostoni, del Centro Cardiologico Monzino di Milano, ha parlato di “Monitoraggio multiparametrico sulla Skyway Monte Bianco”. Il progetto messo a punto sulla Skyway permette il monitoraggio di sei parametri cardiovascolari per tutti coloro che salgono in funivia a Punta Helbronner a 3462 metri di quota, dove la SpO2 stimata di chi sale dovrebbe trovarsi tra 85 e 91%, con una FiO2 equivalente al 14% e una PaO2 di 493 mmHg. Può essere stabilito un confronto valle/monte rispetto agli effetti prodotti dall’alta quota. Il maggior rischio pare essere per i maschi, specie se in sovrappeso.

Bruna Catuzzo, cardiologa dell’Azienda USL della Valle d’Aosta e membro del direttivo della SIMeM, ha parlato del “Controllo remoto dei dispositivi cardiaci impiantabili: esperienza valdostana”. I dispositivi cardiaci impiantabili sono pace maker, defibrillatori impiantabili e loop recorder. Una volta all’anno vanno controllati da remoto batterie, integrità dei cateteri, valori di soglia, aritmie registrate e va effettuata la riprogrammazione dei vari dispositivi. Vanno, inoltre, controllati sempre da remoto le terapie erogate (shock, pacing antitachicardico) e gli indici di compenso cardiaco. Una volta ogni sei mesi vanno controllati pause, aritmie e batterie. Il controllo da remoto dei defibrillatori è iniziato nel 2019, mentre dal 2020 per tutti i nuovi device impiantati. I pazienti in controllo remoto sono 2000, mentre quelli in controllo ambulatoriale sono 300. Vi sono due tecnici di fisiopatologia (50% dell’orario) che consegnano i trasmettitori e sono addetti alla formazione del paziente, effettuano il controllo quotidiano degli allarmi rossi, il controllo settimanale degli allarmi gialli e il controllo settimanale dei trasmettitori non connessi. Vi sono, poi, tre medici elettrofisiologi. Tra le criticità segnalate i problemi di connessione alla linea di telefonia mobile, le difficoltà di utilizzo dei sistemi induttivi da parte dei pazienti e il personale formato. In conclusione il controllo remoto dei device è sicuro, efficace e ha aspetti migliorativi rispetto al controllo classico ambulatoriale. La risorsa è bene accettata dai pazienti, soprattutto in una regione montuosa e con lunghi tratti di percorrenza dalle valli all’ospedale.

Andrea Caglià, medico anestesista e rianimatore della base di elisoccorso dell’Azienda USL della Valle d’Aosta, ha parlato di “Oltre l’altitudine: nuove frontiere per l’elisoccorso in ambiente alpino”. Il relatore ha fatto alcune riflessioni circa le operazioni di soccorso che avvengono in Valle d’Aosta, valutando alcune criticità, emerse da un confronto tra i vari colleghi che operano nel soccorso in montagna. Mancano linee guida applicabili. Occorre supportare i soccorritori per favorire il raggiungimento dell’obiettivo, soprattutto in alta quota.

Simone Gottardelli, tecnico di Fondazione Montagna Sicura, ha parlato di “Alta quota, alta formazione: innovare la medicina di montagna con eduFONDMS”. Istituita con LR 9/2002, la Fondazione Montagna Sicura persegue i seguenti obiettivi: analisi e studio degli impatti dei cambiamenti climatici sulla criosfera e sui territori di alta quota in generale, studio dei fenomeni ambientali che condizionano la vita in montagna, analisi del rischio idrogeologico, promozione dello sviluppo sostenibile e della sicurezza e della prevenzione dei rischi naturali in montagna. La Mission della Fondazione è il consolidamento e lo sviluppo di una cultura della sicurezza in montagna e il relatore ha messo in evidenza l’importanza delle attività formative che perseguono questo scopo. Il progetto Cime è un corso online, gratuito, e propone la formazione sulla medicina e telemedicina di montagna. Si rivolge ai professionisti: guide alpine, pisteurs secouristes, accompagnatori di media montagna, maestri di sci. Tra gli argomenti trattati: ipossia, traumatologia, cardiologia e neurologia. Ha l’obiettivo di sperimentare nuove soluzioni di telemedicina tra la Valle d’Aosta e il Canton Vallese per contrastare gli effetti dell’isolamento e dell’infezione CoVid-19 nei territori di montagna per le patologie tempo dipendenti, nei casi in cui è complesso garantire la presenza fisica del medico e dove i pazienti sono distanti dai presidi ospedalieri.I Flash Learn sono moduli di formazione di circa 30-40 minuti che si basano su contenuti e pensati per il ripasso e l’assimilazione veloce di concetti specifici, formazione ottimizzata per la fruizione su dispositivi mobili, sviluppati in tre lingue: italiano, francese e inglese. Secondo diversi sondaggi un’ampia maggioranza (circa l’80%) dei professionisti sanitari ritiene che l’e-learning abbia un impatto positivo e chiede un maggiore coinvolgimento delle aziende sanitarie nell’organizzazione di iniziative formative. Questo dato sottolinea la crescente fiducia nell’efficacia e nella flessibilità della formazione a distanza (FAD) per l’aggiornamento professionale continuo. L’eduFODMS è la piattaforma formativa di Fondazione Montagna Sicura, raggiungibile online all’indirizzo https://edu.fondazionemontagnasicura.org. All’interno è possibile consultare l’intera didattica relativa ai corsi asincroni, ai corsi in live stream e ai corsi in presenza.

Danilo Bondi, del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche dell’università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara, ha tenuto una relazione dal titolo “Tele-fisiologia e auto-monitoraggio in montagna: consapevolezza e sicurezza per tutti i gusti e tutte le tasche”. Nel monitoraggio non invasivo la qualità dei dati deve essere garantita fin dalle prime fasi, con la scelta oculata del sensore. Validità, standardizzazione, tracciabilità e sicurezza sono requisiti tecnici, ma anche basi per promuovere la fiducia in modelli affidabili e soluzioni socialmente sostenibili e clinicamente significative. Servono dispositivi testati e validati. La connettività soffre in montagna.

Il tenente colonnello Simone Cappelletti del Centro di Addestramento Alpino di Aosta, ha parlato de “L’aspetto previsionale nell’ambiente del grande freddo montano e artico”. Scopo della presentazione è offrire una panoramica generale della peculiarità circa l’attività previsionale neve e valanghe, soprattutto negli scenari di alta quota e dell’artico, facilitando una riflessione su possibili evoluzioni future. La presentazione ha preso in considerazione l’ambiente di alta montagna (da 2400 a 5500 metri) e di estrema alta montagna (da 5500 metri in su). Per scenario “cold weather” si intende quello dove le temperature hanno un significativo impatto sulle operazioni per la maggior parte dell’anno dagli 8°C in giù. Il servizio Meteomont ha il compito prioritario di garantire, attraverso il controllo e lo studio dei fenomeni nivali, una adeguata cornice di sicurezza ai reparti dell’Esercito che si muovono in ambiente montano innevato. Si tratta di uno strumento di valutazione e gestione del rischio. Viene registrata la situazione del manto nevoso della giornata in questione. Vengono analizzate le previsioni meteo e gli effetti che quanto previsto potrebbero avere sul manto nevoso per le giornate successive. Si valutano gli impatti sulla mobilità di questa futura situazione “manto nevoso”. La conoscenza del comportamento del territorio è fondamentale per una buona previsione (meteo, aree valanghive). Semplificando, per avere una valanga sono necessari elementi imprescindibili senza i quali il rischio dell’avvenimento è vicino allo 0: pendenza, innesco, lastrone/superfici di scorrimento. La previsione meteo deriva dall’analisi dei dati relativi a situazioni registrate in passato e al loro evolversi statistico per definire le possibili evoluzioni attuali. Nel campo delle previsioni meteorologiche a breve (fino a 2-3 giorni) e a medio-lungo termine (fino a 15 giorni) l’AI può essere utilizzata sia per accelerare, sia per migliorare i modelli. Le tecniche di gestione dei “big data” (esempio machine learning) permettono di velocizzare l’analisi. La quantità migliore di questi modelli è la possibilità di imparare a mano a mano che vengono utilizzati i dataset globali (dati raccolti dal 1940). Questa possibilità di fondere dati numerici (raccolti) e valutazione derivante dalla AI permette di creare modelli sempre più robusti. Lo “snow pack” rende disponibili simulazioni in tempo reale delle proprietà del manto nevoso. Tali proprietà sono, poi, utilizzabili dai previsori per la valutazione “locale” e “regionale” del pericolo valanghe. Il programma riceve i dati da una stazione meteo nivologica e tenta di identificare la stratigrafia presente in loco (quello che attualmente l’operatore si crea mediante la “trincea di neve”). Il sistema è molto simile a quanto visto per le previsioni meteo, ma l’uomo è sostituibile?

Franz De La Pierre, direttore della SC Geriatria dell’Azienda USL Valle d’Aosta, ha parlato di “Montagnaterapia e declino cognitivo: un’esperienza valdostana”. In Valle d’Aosta esiste un fondo regionale per le demenze al servizio della montagnaterapia. Per stare bene gli anziani devono contrastare la sedentarietà. In montagna si è felici. Un allenamento fisico in ambiente suggestivo facilita il mantenimento di prestazioni cognitive e psicomotorie di alto livello. Gli anziani che riferiscono un basso livello di attività fisica sono maggiormente a rischio di depressione. Gli obiettivi sono diffondere la pratica preventiva e salutare dell’esercizio fisico, migliorare il tono dell’umore e favorire le esperienze di socializzazione mediante una maggiore attivazione delle risorse cognitive e la stimolazione delle funzioni cognitive deficitarie. Vengono effettuate valutazioni pre e post. Le aree indagate sono quella medica (ambulatorio di medicina di montagna), psicologica (valutazione neuropsicologica) e sociale (qualità della vita). Tra gli strumenti utilizzati: umore (GDS versione breve), valutazione neuropsicologica MOCA e colloqui e focus di gruppo. Gli incontri avvengono ogni due settimane in alternanza alle escursioni con durata di un’ora e mezza. Comprendono una parte iniziale, l’attività di rielaborazione del vissuto e delle esperienze (visione foto della gita) e pianificazione della gita successiva. Tra le funzioni cognitive bersaglio: le funzioni esecutive (attenzione selettiva, abilità di pianificazione, flessibilità mentale), la memoria a breve termine e a lungo termine nelle sue componenti episodica e semantica, la valorizzazione delle competenze/conoscenze esistenti. Valutando i risultati il tono dell’umore mediamente migliora esattamente come la qualità della vita. Si nota un miglioramento/stabilizzazione delle funzioni cognitive su soggetti con quadro mild. Quale sviluppo di prospettive future si nota un interesse a ripetere l’esperienza e a tentare auto-organizzazione.

 

 

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Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

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