La Montagna Sportiva dopo Milano-Cortina

Autore: Giancelso Agazzi

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Si è svolto nei giorni 12 e 13 giugno 2026 tra l’Hotel La Perla di Canazei e il rifugio Ciampedie in Val di Fassa il convegno dal titolo “La montagna sportiva: l’eredità delle Olimpiadi Milano-Cortina”. L’evento si è proposto di riunire testimonianze, considerazioni, criticità e suggerimenti di professionisti sanitari che sono stati a vario titolo coinvolti nel corso dei Giochi Olimpici invernali Milano-Cortina 2026. L’obiettivo è stato di raccogliere l’eredità di questo straordinario incontro e di lasciare come eredità una medicina personalizzata, che includa anche gli aspetti di una frequentazione sicura dell’ambiente montano, sia in termini preventivi sia gestionali.

Dopo i saluti delle autorità, hanno avuto inizio i lavori.

Moderatori Jacopo Bonavita e Maria Grazia Zuccali.

Primo relatore è stato Francesco Marchiori, membro del direttivo della SIMeM, con una relazione dal titolo “Epidemiologia delle malattie infettive durante i Giochi Olimpici”. L’impatto delle malattie infettive durante i Giochi Olimpici deve essere valutato sulla base di alcuni criteri. Vanno, infatti, considerati morbilità, mortalità e costi sanitari. Rivestono importanza potenziale di introduzione, insediamento e diffusione dell’infezione nel paese ospitante, con possibile amplificazione dovuta al contesto di grande affluenza e successivo dilagare in altre parti del mondo. Serve informare e fornire linee guida ai professionisti sanitari per il riconoscimento e il trattamento appropriato delle malattie, comprese quelle meno comuni, sia per la tutela della salute individuale, sia per quella pubblica. Vanno adottate specifiche misure di sanità pubblica e di controllo alle frontiere, sia in risposta a eventi già verificatisi, sia per prevenire l’importazione di malattie. Si deve tenere conto di problematiche politiche, economiche e mediatiche. Possono comparire effetti di “disturbo/ritardo/annullamento” dello svolgimento dei Giochi Olimpici.

Nel 2004, in occasione degli scavi per l’ampliamento della metropolitana di Atene, in vista delle Olimpiadi, sono state scoperte, nel sito di Kerameikos, alcune fosse comuni, scavate nel 430 a.C. per i morti della peste. I Giochi Olimpici nacquero in Grecia nel 776 a.C. nella città sacra di Olimpia. Da allora vennero celebrati ogni quattro anni. Nel 393 d.C. l’imperatore Teodosio ne decretò la fine dopo mille anni perché manifestazione pagana. Tra gli obiettivi della gestione degli antichi Giochi Olimpici: garantire la sicurezza per 40-50,000 persone, prevenire la trasmissione di malattie, gestire i conflitti tra comunità rivali e garantire l’evacuazione di emergenza in caso di necessità.

Il caldo, la polvere, la scarsità d’acqua, i servizi igienici rudimentali e gli insetti devono aver contribuito alla diffusione di malattie. La stragrande maggioranza dei visitatori dormiva all’aperto o in tende e per cibo e bevande dipendeva da venditori ambulanti. Pausania, viaggiatore e scrittore del II secolo d.C., ci offre un’idea del problema degli insetti “Si dice”, scrive,”che quando Eracle offrì sacrifici a Zeus a Olimpia, fosse tormentato dalla mosche, così inventò  il sacrificio a Zeus Apomyuo (Zeus allontanatore delle mosche). I disturbi gastrointestinali dovevano essere comuni tra gli spettatori e in alcune occasioni potrebbero aver persino strappato la corona olimpica al più forte. Tuttavia, non abbiamo informazioni su epidemie di rilievo. Sappiamo che tra i funzionari di Olimpia c’era un medico durante i Giochi. È improbabile, tuttavia, che fossero disponibili servizi medici completi per far fronte a tutte le emergenze. Sotto il sole cocente di Olimpia, l’emergenza medica più comune era probabilmente il colpo di sole. Filostrato scrisse che gli atleti dovevano essere abbastanza forti da resistere e da non bruciarsi, sottintendendo che dovevano essere in grado di sopportare il grande calore di Olimpia.

Tra le principali patologie la dissenteria e la gastroenterite, causate da acqua e cibo contaminati. “La malaria, endemica nelle regioni mediterranee, viene trasmessa dalle zanzare che proliferano intorno alle latrine e alle fonti di acqua” (Ippocrate). La febbre tifoide è una malattia trasmessa dall’acqua, dovuta a riserve idriche contaminate (peste di Atene). La peste venne documentata nel periodo romano, come la peste Antonina (vaiolo, morbillo?). Le infezioni respiratorie si diffondevano con facilità tra grandi folle in spazi ristretti. Marchiori ricorda alcuni rimedi tra avanguardia e superstizione. Vi sono sistemi di purificazione dell’acqua: sistemi di gestione dell’acqua che contribuivano a prevenire la diffusione delle malattie. Vi erano acquedotti a gravità che raccoglievano l’acqua da quote più elevate, riducendo il rischio di contaminazione proveniente da fonti a livello del suolo. Fonti idriche multiple riducevano la dipendenza da un’unica sorgente che avrebbe potuto essere contaminata. Tra le infrastrutture igienico-sanitarie latrine e sistemi di drenaggio consentivano una gestione più efficace dei rifiuti. Gli antichi Greci isolavano le persone visibilmente malate, sebbene non in modo sistematico. Alcune evidenze suggeriscono che durante il periodo romano venissero isolati i casi sospetti di peste. Si effettuavano trattamenti con rimedi erboristici. Dieta e riposo consentono al sistema immunitario di combattere l’infezione. Preghiere e rituali offrivano sostegno psicologico e una risposta collettiva alle epidemie. Purificandosi con l’acqua gli atleti si lavavano prima delle competizioni, eliminando eventuali agenti patogeni.

I Giochi Olimpici dell’era moderna si sono svolti nel 1896 ad Atene in Grecia, la terra dove erano nati nell’antichità. Venne fondato il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Le prime Olimpiadi dell’era moderna furono un successo, con 241 atleti. Fu per l’epoca il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato. Evolvono i tempi, i giochi, ma anche le patologie. I primi giochi si trovarono tra cluster e dubbi post-pandemici. A Saint Louis nel 1904 vi fu il mistero dei pallanuotisti morti di tifo. Le Olimpiadi di Anversa nel 1920 vennero organizzate subito dopo la devastante pandemia di Spagnola. L’epidemia fu segnata dal lutto globale e dall’esclusione delle nazioni sconfitte nella Prima Guerra Mondiale.  A Barcellona nel 1992 il CIO ha introdotto ufficialmente la distribuzione massiccia di profilattici per combattere la diffusione dell’HIV, un’abitudine continuata in tutti i Giochi estivi e invernali successivi. Nel 1988 il tuffatore statunitense Greg Louganis, quattro volte oro olimpico e cinque volte campione mondiale tra il 1976 e il 1988, a Seul si ferì colpendo il trampolino durante un tuffo nella fase eliminatoria, ma, invece di ritirarsi dalla competizione si fece medicare a bordo vasca, concludendo le qualificazioni e riuscendo a entrare in finale. L’episodio, che al tempo lo aveva reso una specie di eroe in patria, fu oggetto di molte critiche, quando nel 1994 Louganis dichiarò al mondo di essere sieropositivo e di esserne a conoscenza da diversi anni. Nei mesi di febbraio e marzo 2002 a Salt Lake City, Utah, USA, nel corso delle Olimpiadi invernali vennero effettuate 2635 visite mediche. Vennero diagnosticati 188 casi di influenza: 28 (15%) di influenza A e 8 (4%) di influenza B. Nel corso delle Paralimpiadi Invernali di Vancouver nel febbraio del 2010 vennero diagnosticati 28 casi di morbillo.

Durante le Olimpiadi del 2016 a Rio De Janeiro vi fu la paura per la pregressa epidemia di Zika. Nel 2024 in occasione della prima Olimpiade post-Covid di Parigi vi furono undici milioni di visitatori. Si verificarono patologie gastrointestinali, un caso di Dengue e uno di dermatite. La Senna inquinata ha creato problemi agli atleti del Triathlon a causa di contaminazione microbiologica del fiume, nonostante i grandi investimenti per la bonifica delle acque. Sebbene il rischio di grandi epidemie sia basso, restano possibili minacce come il morbillo o le malattie trasmesse da zanzare. Per questo motivo è necessaria una sorveglianza sanitaria completa, che consideri l’intera popolazione e le interazioni tra residenti, atleti, personale e visitatori. Ciò ha progressivamente migliorato la capacità di individuare e prevenire possibili minacce infettive durante i grandi eventi sportivi. Rimane, comunque, fondamentale continuare a migliorare la prepardness, la sorveglianza durante gli eventi e la capacità di risposta in relazione alle nuove sfide emergenti.

Vincenzo Marcotrigiano, Dirigente Professioni Sanitarie, Azienda ULSS 1 Dolomiti, ha parlato di “Best practice di Public Health nell’ambito dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano-Cortina”.  Il relatore ha parlato della sorveglianza e del controllo delle malattie infettive durante gli eventi di massa, il controllo del cibo e l’igiene dell’ambiente. L’Azienda ULSS 1 Dolomiti emette ogni settimana un bollettino delle malattie infettive. Nella Centrale Operativa, nel Policlinico Olimpico e nel Villaggio Olimpico di Cortina sono stati resi disponibili multi-test a lettura rapida per Covid/Flu, RSV, Norovirus, Rotavirus/Adenovirus, Legionella e Strep A. È stato messo a punto un Vademecum per gli operatori del settore alimentare.

Danilo Cereda, coordinatore Sanità Pubblica Regione Lombardia, da remoto ha parlato di “Public Health Olympic and Paralympic Watch”. Nel corso dei Giochi Olimpici sono stati prodotti più di quaranta controlli (watch). Sono stati effettuati monitoraggi periodici in ATS per sorvegliare puntualmente le attività e risolvere eventuali criticità. È stata sviluppata la capacità di intercettare segnali di allerta. Tra le criticità alcune informazioni venivano apprese dalla stampa. A seguito di non conformità riscontrate sono state rilasciate dieci sanzioni e quattordici prescrizioni. Sono stati effettuati venti campionamenti delle acque destinate al consumo umano con venti risultati tutti conformi. La presenza degli operatori sanitari è stata capillare. I controlli per la tutela della salute sono stati frequenti, anche in fasce orarie non convenzionali, mediante una programmazione ottimale. Si sono riscontrate alcune criticità logistiche, come la difficoltà di accesso alle venues. La condivisione delle informazioni e le tempistiche si sono dimostrate a volte difficili. È stato attivato un ambulatorio profilassi post-esposizione in tutte le ASST, almeno nel periodo olimpico, necessario rinforzo per il mantenimento anche dopo i Giochi Olimpici. Regione Lombardia e ATS hanno lanciato una campagna sport e vaccini, tuttavia, questo non servito a sensibilizzare sul tema. In realtà, però, l’offerta vaccinale non è stata tanto promossa nell’ambito dell’evento olimpico. Comunque, la collaborazione con le ASST è stata positiva, con una sinergia su diversi temi.

Alex Zanvettor, EMAR Emergenza Medica, anestesia e rianimazione, ha presentato una relazione dal titolo “La gestione dei soccorsi durante i Giochi Olimpici in Alto Adige”. Ad Anterselva è stato realizzato il villaggio Policlinico. È stato predisposta l’evacuazione in caso di incidenti presso gli ospedali olimpici di Brunico, Bolzano, Bressanone, Verona e Innsbruck.

Andrea Ventura, direttore di Trentino Emergenza, Azienda Sanitaria Universitaria Integrata del Trentino (Ansuit), ha continuato a parlare della gestione dei soccorsi durante i Giochi Olimpici in Trentino-Alto Adige. L’Olimpiade era diffusa su più regioni. Doveva essere garantito lo stesso standard su tutte le location. Il coordinamento esterno era fornito dalla Protezione Civile. Nel corso delle Paralimpiadi è stato garantito lo stesso standard, con un servizio di qualità più elevata e con una formazione più specifica. Un anno prima è stato effettuato un Test Event.

La sede di Predazzo ha avuto spazi contenuti, con meno pubblico, più lontana dagli ospedali, con maggior rischio di traumi maggiori, con gare notturne, dipendenti dalle condizioni meteo. La sede di Tesero, invece, ha ospitato solo gare diurne, con traumatologia minore, un’area ampia, con pubblico numeroso, con gare con molti partecipanti. Tesero è stata sede sia di Olimpiadi sia di Paralimpiadi. L’organizzazione complessiva dei soccorsi ha fruito del sistema sanitario provinciale integrato nei Giochi, con un’unica catena di comando Trentino Emergenza. Vi è stato un costante coordinamento con il territorio e con il volontariato. L’organizzazione sanitaria in venue (medical station) ha previsto la presenza di un medico AR e/o MEU, di un infermiere di PS/118, di un soccorritore e di specializzandi. Il tutto per garantire primo soccorso e stabilizzazione. Sui campi di gara erano presenti squadre BLS con soccorritori, ALS con medico e/o infermiere su ambulanza o motoslitta, nonché ambulanze per ospedalizzazione. Il Policlinico del Villaggio Olimpico prevedeva sale per le emergenze aperte 24 ore, medico e infermiere e ambulanza BLS. In occasione delle Paralimpiadi erano presenti atleti con disabilità motorie, neurologiche e sensoriali, con possibile ridotta percezione di dolore e trauma, alterata termoregolazione con rischio di ipotermia precoce. La comunicazione era adattata ad atleti ipovedenti/non vedenti e guide. Era prevista la presenza di ausili sportivi (sit-ski, protesi, carrozzine). Nel Villaggio Olimpico si sono avuti 194 accessi: 37 sindromi influenzali, 21 traumi recenti, 7 problemi oculistici, 5 gastroenteriti, 5 problemi odontoiatrici. Sono stati effettuati sedici trasporti in ospedale. Formazione specifica, autosanitarie, rinnovo elettromedicali di TE, progetto sangue extra-ospedaliero e progetto “Nelle mani giuste” hanno costituito l’eredità (legacy) dei Giochi Olimpici Invernali. Le Olimpiadi Invernali sono state un’esperienza umanamente indimenticabile.

Moderatori della seconda sessione del convegno sono stati Enrico Di Rosa e Alberto Tomasi.

Il professor Paolo Castiglia dell’Università di Sassari, Gruppo di lavoro Vaccini e Strategie Vaccinali, ha parlato di “Malattie respiratorie nell’adulto e vaccinazione anti-pneumococcica. La prevenzione respiratoria nella montagna sportiva”. Il nostro polmone è una macchina perfetta. In montagna la pressione atmosferica e la pO2 diminuiscono. Salendo in quota compaiono un’ipossia progressiva, iperventilazione e rischio di edema di alta quota. In montagna l’aria è fredda e secca. L’autore ha raccontato la storia del vaccino anti-pneumococcico, iniziata nel 1911. L’interesse per il vaccino si è ridotto in seguito all’avvento della penicillina.

Alberto Tomasi, Certificate in Travellers Health, specialista in medicina dello Sport, ha parlato di “Vaccinazioni e malattie sessualmente trasmissibili durante eventi sportivi”. Sesso e sport: un dibattito che dura da decenni. L’argomento è molto difficile e delicato da trattare. La domanda “fare l’amore prima di una gara fa bene o male?” accompagna da tempo il mondo dello sport. Alcune convinzioni diffuse suggerivano che l’attività sessuale potesse ridurre la forza muscolare o distrarre l’atleta, tanto che in passato alcuni allenatori imponevano l’astinenza in vista di competizioni importanti. Tuttavia, le basi scientifiche di queste affermazioni sono sempre state deboli. La maggior parte delle considerazioni nasceva da esperienze aneddotiche o tradizioni, più che da studi rigorosi. Il gruppo di lavoro di ricerca dell’università di Firenze, coordinato dalla professoressa Laura Stefani, docente in medicina dello sport, ha analizzato la letteratura scientifica disponibile. Su numerose pubblicazioni in materia, solo nove studi sono stati ritenuti metodologicamente validi. Dall’analisi non emergono dati che dimostrano un impatto negativo dell’attività sessuale sulle performance sportive. Al contrario, alcuni lavori segnalano persino un miglioramento delle prestazioni in atleti che avevano fatto sesso la sera prima di una prova di resistenza, come la maratona. L’attività sessuale comporta una serie di reazioni fisiologiche: aumento della frequenza cardiaca, rilascio di ormoni e attivazione del sistema nervoso simpatico. Una volta terminato l’atto, subentra il rilassamento con conseguente riduzione della tensione muscolare e dello stress percepito. Secondo la ricerca, questi effetti potrebbero avere un impatto positivo sul risultato, soprattutto perché lo sport richiede concentrazione, resistenza mentale e gestione dell’ansia pre-gara.

La convinzione che l’astinenza sessuale fosse utile per conservare energia prima di una gara affonda le radici nella tradizione sportiva e in vecchie teorie mai confermate dalla scienza. La ricerca italiana contribuisce a ridimensionare questo mito, mostrando che non esistono prove concrete a supporto della necessità di evitare i rapporti sessuali in prossimità delle competizioni.

Le conclusioni non invitano a considerare il sesso come una “tecnica di preparazione atletica, ma aiutano a chiarire che non rappresenta un ostacolo. Per gli atleti professionisti e per chi pratica sport a livello amatoriale il messaggio è chiaro: avere rapporti sessuali fino a due ore prima dell’attività sportiva non compromette la performance e, in alcuni casi, può persino migliorare il rendimento. Il margine di circa due ore appare, invece, ottimale: sufficiente per dissipare eventuale affaticamento e permettere al corpo di trarre beneficio dallo stato di rilassamento e dal miglior tono dell’umore che seguono l’attività sessuale. Il sesso al mattino ha cinque benefici. Riduce lo stress. Rilascia gli ormoni della felicità: ossitocina. Vale come allenamento leggero. Può rafforzare la relazione. Aiuta la pelle: gli estrogeni rilasciati con l’orgasmo rendono la pelle elastica e tonica. Solo una parte dei casi di MTS viene riconosciuta. Infatti, vi sono casi asintomatici o oligosintomatici, diagnosi errate e autoterapia. La maggiore mobilità della popolazione mondiale (lavoro, flussi migratori, turismo) facilita l’espansione del fenomeno. Pur nell’ambito di una variabilità regionale, le malattie a trasmissione sessuale in Europa sono sempre più diffuse nelle fasce di popolazione più giovane (15-24 anni e 25-34 anni). Ogni anno almeno un adolescente su venti contrae una MST e l’età di contagio tende ad abbassarsi in relazione alla sempre più precoce età del primo rapporto sessuale (7% già tra i 13-14 anni) e all’aumento del numero di partner sessuali occasionali. Secondo i dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia le MTS colpiscono circa 7000 persone all’anno, mediamente intorno ai 32 anni di età. Nel 71,8% circa dei casi sono interessati i maschi. Il trend è in forte crescita, con alcune infezioni che hanno registrato aumenti esponenziali. La partecipazione a grandi eventi sportivi rappresenta un contesto unico in cui la concentrazione di persone, la mobilità internazionale e l’intensa attività fisica possono aumentare il rischio di esposizione a malattie infettive e sessualmente trasmissibili. Occorre migliorare la capacità di comunicazione con gli atleti.

Questi ultimi e i tifosi devono prestare attenzione alla profilassi vaccinale e alla prevenzione per tutelare la propria salute. La protezione contro le MTS e l’immunizzazione tramite vaccini sono fondamentali per gli atleti e per chi partecipa a grandi eventi sportivi. La mobilità, l’aumento dei contatti sociali e il villaggio degli atleti possono creare condizioni favorevoli alla diffusione di patologie infettive. Il sesso e lo sport hanno un rapporto sinergico e positivo. L’attività fisica migliora la resistenza, la flessibilità e l’autostima, potenziando la vita sessuale. Al contempo, il sesso non compromette la performance sportiva; praticarlo fino a 2-10 ore prima di una gara riduce lo stress e favorisce il rilassamento. Le MTS negli sportivi non differiscono da quelle della popolazione generale (clamidia, gonorrea, HPV, HIV, herpes), ma possono essere favorite da comportamenti a rischio e scarsa informazione. L’atleta, dopo un allenamento intensivo, subisce un forte calo dell’attività del sistema immunitario ed è, quindi, maggiormente esposto alle infezioni. Questo fenomeno, in letteratura, viene definito “Open window” e dura dalle 3 alle 72 ore dopo lo sforzo. Il sistema immunitario è indebolito e tutti, anche gli atleti di élite, risultano molto più suscettibili all’attacco di virus e batteri. Per questo la vaccinazione è un mezzo di prevenzione necessario, non solo nella popolazione, ma soprattutto negli atleti per tutelarne la prestazione: se sono sani è più facile che vincano. Il preservativo è efficace contro le principali infezioni sessualmente trasmissibili, ma per l’HPV e l’HSV non è un sicuro scudo, perché il contagio può avvenire anche attraverso il contatto con zone della cute o delle mucose non coperte dal profilattico. Non è necessario che il rapporto sessuale sia completo, la trasmissione avviene attraverso un contatto sessuale pelle a pelle, mucosa con mucosa (più frequente) o, più raramente, mediante oggetti: asciugamani, biancheria intima, superfici contaminate come i pavimenti di palestre o bordi delle piscine. È documentata anche la trasmissione materno-fetale. Tra i vaccini raccomandati per prevenire le MTS quello contro l’HPV, raccomandato sia per le atlete che per gli atleti. Oltre a proteggere dai tumori dell’area genitale, previene le patologie HPV-correlate che colpiscono la faringe.

La vaccinazione contro Epatite A e B è molto raccomandata per proteggersi da infezioni trasmesse attraverso il contatto con sangue o fluidi corporei, un rischio presente negli sportivi da contatto in caso di sanguinamento accidentale. La vaccinazione contro il Meningococco (B e ACWY) è fondamentale negli sport di squadra e in ambienti affollati (spogliatoi o ritiri) per prevenire focolai di infezioni meningococciche pericolose per la vita. Neisseria meningitidis e Neisseria gonorrhoeae sono due batteri patogeni appartenenti allo stesso genere (batteri a forma di chicco di caffè), ma causano patologie completamente diverse e si trasmettono con modalità differenti. La Società Italiana di Igiene, la Società Italiana di Medicina di Montagna e la Società Italiana di Medicina dei Viaggi hanno elaborato un Decalogo per andare in montagna in salute, con consigli e indicazioni per promuovere la montagna in salute e sicurezza, pensando anche alla situazione vaccinale.

La vaccinazione dovrebbe avvenire 4-6 settimane prima della partenza, soprattutto se si prevedono diverse vaccinazioni. La tempistica è molto importante.  L’organismo impiega per lo meno 15 giorni a produrre gli anticorpi dopo una vaccinazione. Inoltre, possono essere necessarie più dosi di vaccino. Si devono valutare possibili co-somministrazioni. Anche gli escursionisti dell’ultimo minuto    o gli sportivi in genere è bene che consultino il proprio MMG o si rechino all’ambulatorio delle ASL per tempo. I vaccini in generale non comportano una compromissione della performance, tuttavia, per evitare che i normali effetti collaterali disturbino la prestazione le vaccinazioni devono essere programmate in modo che i possibili anche se temporanei effetti collaterali abbiano meno probabilità di verificarsi nel periodo dell’escursione. La vaccine hesitancy (esitazione vaccinale) tra i medici rappresenta un fenomeno complesso in crescita, che spazia dal dubbio sull’efficacia alla diffidenza, portando a ritardi o rifiuti vaccinali, nonostante la disponibilità. Sebbene la maggior parte sia favorevole, una percentuale di medici e di odontoiatri ha mostrato esitazione, portando in passato anche a sospensioni del servizio per mancata vaccinazione. L’OMS riconosce l’esitazione vaccinale come una delle dieci principali minacce alla salute globale. Le raccomandazioni dell’operatore sanitario influiscono sulla decisione del paziente a dispetto dell’atteggiamento iniziale del paziente stesso. Ci sono dieci buoni motivi per raccomandare di vaccinarsi a tutti gli sportivi. Le malattie infettive prevenibili con i vaccini non sono scomparse. Le malattie infettive rappresentano un rischio per la salute e per la prestazione. I vaccini aiutano a rimanere sani durante e dopo lo sport. I vaccini sono importanti per la salute come i comportamenti corretti, la dieta e l’attività fisica, possono, inoltre, fare la differenza tra la vita e la morte. I vaccini sono sicuri ed efficaci. Anche gli sportivi possono contrarre malattie infettive durante una prestazione. I vaccini rinforzano il sistema immunitario dello sportivo. Quando ci si ammala, familiari e compagni di squadra sono a rischio. È importante fare rete per formare gli operatori sanitari.

Francesco Marchiori ha parlato di “TBE e rabbia. Quale prevenzione vaccinale nelle aree montane del mondo?”. La rabbia è una malattia presente in 150 nazioni al mondo.  È una zoonosi, ovvero una malattia trasmessa dall’animale infetto all’uomo. Il contagio avviene tramite il morso o un graffio da parte di animali infetti. La malattia ha esito letale e colpisce il sistema nervoso centrale dei mammiferi, incluso l’uomo. Non esiste una cura, né per l’uomo né per gli animali. L’unico modo per evitare l’infezione è la prevenzione attuata con il vaccino. Il pipistrello costituisce un serbatoio per la rabbia. Cani e pipistrelli sono le principali fonti di casi di rabbia umana e di decessi. I cani sono responsabili del 99% di casi di rabbia umana in tutto il mondo. Rappresentano il serbatoio più comune per la rabbia umana. I pipistrelli sono la principale fonte di morti per rabbia umana (7 casi su 10) nelle Americhe, poiché la trasmissione mediata da cani è diminuita. La rabbia di pipistrello è anche una minaccia emergente per la salute pubblica in Australia e in Europa Occidentale. Fondamentale è il ruolo della prevenzione e dell’educazione. Vanno attuate l’immunoprofilassi in pre e in post-esposizione. La vaccinazione va effettuata con il regime rapido nei giorni zero, 3 e 7. Il regime convenzionale prevede tre dosi di vaccino al giorno 0,7,21 (o 28). Il regime rapido di una settimana prevede due dosi nei giorni 0 e 7. Sono raccomandate dosi di richiamo ogni 2-5 anni. La profilassi in post-esposizione deve incominciare il prima possibile, come raccomandato dall’OMS.

La TBE (Tick-Borne Encephalitis) è una malattia infettiva che colpisce il sistema nervoso centrale, causata da un virus (TBEV) e trasmessa da zecche infette (genere Ixodes). Occasionalmente può venire trasmessa dal consumo di prodotti non pastorizzati derivanti da ruminanti infetti. Esistono sette sottotipi virali. Più si va verso Est e più i ceppi si dimostrano aggressivi. Nel 2025 sono stati segnalati 23 casi in Italia. Il vaccino, di cui esistono diversi tipi, funziona molto bene. Il ciclo primario comprende tre dosi. I titoli anticorpali neutralizzanti superiori a 10 sono considerati positivi. Una buona protezione è già rilevabile dopo la seconda dose. La terza somministrazione è essenziale per stabilizzare la memoria immunologica nel medio-lungo termine e la persistenza dei titoli anticorpali. I vaccini sono efficaci e sicuri, con poche controindicazioni/precauzioni. Vi è la possibilità di cicli rapidi per viaggiatori last minute. Vi sono difformità nell’utilizzo delle dosi booster in particolare dopo la quarta dose. Buoni sono i dati circa l’efficacia del vaccino anche con intervalli di dieci anni. Va posta attenzione ad alcune categorie di età (over 60).

Maria Grazia Zuccali, medico di Asuit, ha parlato del “Progetto HPV in Trentino”. L’eliminazione dell’HPV è una priorità di sanità pubblica. L’obiettivo dell’OMS è eliminare il cervicocarcinoma entro il 2030. La Commissione Europea (Europe’s Beating Cancer Plan) prevede il 90% di copertura vaccinale nelle ragazze, incrementando la vaccinazione nei ragazzi e il 90% di offerta dello screening cervicale per le donne eleggibili. Il 90% delle donne con forme invasive riceverà trattamenti e follow-up tempestivi. La vaccinazione HPV è associata a una riduzione significativa del rischio di tumore cervicale invasivo. Vaccinare prima dei 17 anni riduce il rischio del’88%. Vaccinare tra 17 e 30 anni riduce, comunque, in modo significativo, ma non in modo inferiore al 64-66%. In Trentino la vaccinazione è gratuita per i maschi e le femmine fino a 30 anni di età e per le donne fino a 40 anni. È stata organizzata una campagna informativa importante, con open day mensili. In Trentino sono stati aperti nove centri vaccinali.

Matteo Riccò, medico del lavoro, ha parlato di “Sport…ma anche lavoro: strategie vaccinali per le esposizioni professionali in ambiente montano”. Il relatore ha affrontato il tema del rischio biologico negli ambienti di lavoro. L’immunizzazione mediante vaccini è obbligatoria per svolgere l’attività lavorativa. Esistono vaccini obbligatori, vaccini raccomandati e vaccini consigliati. Il 40% dei casi di tetano in Europa avvengono in Italia. La maggior parte dei casi si verifica in età anziana. Sicuramente è molto importante effettuare la vaccinazione anti-tetanica. La mancata copertura anticorpale capita spesso nel lavoratore anziano che non si ricorda di vaccinarsi.

La seconda giornata del convegno ha avuto luogo presso il rifugio Ciampedie.

Moderatori sono stati Antonio Prestini e Antonio Ferro, direttore sanitario dell’ATS di Trento.

Jacopo Bonavita, direttore del Reparto di Riabilitazione dell’Ospedale Riabilitativo Villa Rosa di Pergine Valsugana, ha parlato di “Villa Rosa: Centro Paralimpico di riferimento per Nord Italia”. Il relatore ha illustrato il progetto sport paralimpico messo a punto presso l’ospedale riabilitativo Villa Rosa. La struttura è un ospedale hub per le gravi disabilità neurologiche. La struttura ha stipulato una convenzione con il Comitato Italiano Paralimpico. Villa Rosa è un centro nazionale di riferimento per gli sport paralimpici e promuove l’avviamento allo sport dopo la degenza di pazienti con problemi di disabilità. Lo sport rappresenta uno strumento di tipo riabilitativo.  Nella struttura vi sono una palestra di 400 metri quadrati e una piscina. Bonavita ha fatto presente che si vorrebbe coinvolgere le università per far ricerca sulle attività sportive nel campo della disabilità, creando una foresteria per ospitare le squadre di atleti paralimpici. Si tratta di una struttura sostenibile che vuol far ritornare alla vita le persone affette da disabilità (disability friendly). Presso Villa Rosa è presente una Ausilioteca, con la possibilità di stampare i dispositivi in 3D.

Lorenza Pratali, cardiologa, primo ricercatore dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, ha parlato de “L’arrampicata sportiva può mitigare il rischio cardiovascolare?”. Dal 2020 l’arrampicata a Tokyo è stata riconosciuta uno sport olimpico. Nel mondo sono 450.000 circa i praticanti questo sport. Si sono iscritti alla FASI 92.000 persone, delle quali 38.000 donne.  La relatrice ha tenuto a sottolineare la differenza esistente tra esercizio fisico, praticato da noi occidentali e attività fisica, praticata, per esempio, dai bambini nepalesi. Siamo diventati dei sedentari e il muoversi non è più importante per mangiare e per difendersi, come lo era nel passato. La sedentarietà può essere considerata una vera pandemia. La relatrice ha ricordato che la popolazione Hadza Kitawa della Tanzania che vive nei pressi del lago Eyasi, ed è costituita da cacciatori-raccoglitori, non ha rischio cardiovascolare. Pratali ha parlato dell’atteggiamento alla sedentarietà. Ha parlato del test della parola, che valuta l’intensità dell’attività fisica; è moderata se si riesce a parlare e diventa intensa quando non si riesce più a parlare. L’abitudine al movimento deve incominciare fin dalla nascita. I bambini dovrebbero effettuare almeno 60 minuti di attività moderata al giorno. Nelle persone che fanno attività fisica il rischio di infarto del miocardio è ridotto del 35%. L’attività fisica di tipo aerobico migliora il sistema nervoso autonomo, procura un rimodellamento vascolare, migliora il quadro di un infarto del miocardio, grazie ai circoli collaterali che si vengono a creare. Quindi, l’attività fisica produce un potenziamento. La perdita del tono muscolare dovuto alla sedentarietà è associata al rischio cardiovascolare. Gli obesi mancano di struttura muscolare. Va bene essere attivi, ma non va bene l’esserlo troppo. Infatti, il sistema dello stress ossidativo aumenta, con iperattivazione del sistema infiammatorio. L’arrampicata è uno sport misto. La VO2 Massimale aumenta, ma dipende dall’impegno e dalla paura, come descritto da Alexander Huber nel libro “La paura, la tua migliore amica”. Può essere considerata buona se rientra nella zona “confort”. Occorre una preparazione fisica adeguata in grado di sviluppare la resistenza e l’endurance. Ci si deve allenare sia dal punto di vista fisico, sia dal punto di vista mentale, seguendo un corretto stile di vita.

Stefano Larcher, infermiere del CNSAS, ha parlato de “Le insidie del canyoning”. La forra è una valle profonda con pareti ripide, dove sono presenti acqua, vento e buio. Il canyoning, nato agli inizi degli anni ’80 per opera di alcuni speleologi, consiste nella discesa delle forre con forte pendenza. Non è considerato uno sport estremo, ma richiede una preparazione adeguata. Normalmente non è uno sport di gruppo. Tra gli ostacoli che si incontrano: cascate, scivoli, colatoi e pozze. Si devono prevedere vie di fuga. Nel 2000 è stata fondata la “Società Nazionale di Canyoning”. L’acqua può essere un’amica o una nemica. Tra i pericoli un tuffo sbagliato, una manovra di corda o una calata errate. Il freddo è quasi sempre presente. Attualmente il canyoning viene praticato anche d’inverno. Molti sono gli incidenti e molte anche le morti.  È stata eseguita una mappatura delle forre più frequentate. Si deve essere in grado di capire se ci sono pericoli oggettivi. Alcune forre sono state attrezzate dal CNSAS per facilitare le manovre di soccorso. Il tipo di progressione cambia in continuazione. In Trentino nel 2025 sono stati soccorsi in forra più di venti feriti, per lo più a causa di traumi vertebrali o degli arti superiori o inferiori. In forra alto è il rischio di contaminazione. Importante è il ruolo della comunicazione, mediante sistemi efficaci. Servono estricatori rapidi, materiale di autosoccorso (bidoncino, sacca stagna) e materiale di squadra, prevedendo interventi di soccorso molto lunghi.  Le strategie di intervento devono avvenire in sinergia con la scuola tecnica del CNSAS.

Antonio Ferro ha parlato di “Sci-alpinismo e impianti di risalita: una possibile convivenza?”. Lo sci-alpinismo è un fenomeno di nicchia, nato all’inizio degli anni ’80, in grado di fornire una serie di benefici. Questa disciplina è, poi, diventata uno sport di massa. Attualmente è il vero motore di crescita (+15.2%) degli sport invernali. Attualmente sono circa 200.000 in Italia gli amanti di questo sport. Ma ci si sta chiedendo se sci alpino e sci-alpinismo costituiscano un ecosistema compatibile: esiste un problema normativo, infatti, è vietato l’accesso alle piste da sci. Sono stati creati specifici percorsi dedicati agli sci-alpinisti. Esempi virtuosi in questo senso sulle Dolomiti sono Fai della Paganella, Monte Bondone e Folgaria. Sono stati tracciati percorsi paralleli alle piste da sci che non le intersecano mai.  L’associazione “Pelli di foca” è nata per aiutare il dialogo tra i gestori delle piste da sci e gli sci-alpinisti. L’evoluzione dello sci-alpinismo si attua attraverso sviluppo di percorsi, mediazione, educazione, eco-turismo, eventi e cultura. In tal modo si è creata un’opportunità in più pur nelle regole alle quali ci si deve adeguare.

Marco Vecchiato dell’Università di Padova, ha parlato della “Presentazione della nuova App MOVE sulla sicurezza degli itinerari di montagna”. L’applicazione ha ottenuto un premio dal British Journal of Sport Medicine e ha fatto parte di un progetto di dottorato. La sua funzione è di predire i rischi e i tempi di percorrenza di un itinerario. È stata ideata per gli appassionati di escursionismo, cicloturismo, e per tutti coloro che amano l’outdoor in sicurezza. Inserendo altezza, peso, livello di attività fisica e stato di salute si possono ottenere indicazioni mirate alle proprie necessità. In base al peso dello zaino pieno fornisce informazioni dettagliate. Infine, aiuta a scoprire i migliori percorsi per trekking e cicloturismo.

Simona Bursi, pediatra dell’AUSL di Modena, membro del Gruppo di lavoro pediatri di montagna della Società Italiana di Pediatria (SIP), ha parlato del “Bambino sportivo in montagna”. La relatrice ha affermato che è molto importante che i bambini frequentino la montagna. Purtroppo si sta assistendo a un progressivo abbandono delle attività sportive, potenti determinanti per la salute.

L’OMS raccomanda almeno 60 minuti al giorno di attività fisica per i bambini, moderata e vigorosa tra i 5 e i 17 anni. L’attuale generazione di bambini è sempre più sedentaria. Secondo uno studio effettuato su 47.000 bambini il 45% passa più di due ore al giorno davanti a uno schermo. Un bambino su tre è in eccesso di peso. Il 2.6% è affetto da obesità grave, una vera minaccia. In montagna ci si muove di più. La montagna aiuta a sviluppare resilienza, emotività, equilibrio, coordinazione, resistenza, autostima e salute fisica in generale. La natura rappresenta un fattore integrante per l’esperienza di crescita del bambino. La montagna è una palestra naturale, con un grande valore educativo, che va affrontata con gradualità, cercando di gestire la fatica, nel rispetto dei limiti individuali. Andare in montagna può essere considerato terapeutico per il corpo e per la mente. Come è ovvio, il bambino deve essere protetto dal caldo, dal freddo e dai raggi UV. Deve idratarsi e nutrirsi in modo corretto. Importante è il ruolo della prevenzione, mediante informazione, pianificazione, adeguata supervisione e previsione del rischio. Servono una competenza educativa e un’attenzione alla sicurezza, mentre molto meno sono utili i divieti.

Dopo una serie di workshop pratici (stazioni CNSAS-parapendio e mountain bike e applicazione dell’App) coordinati da Stefano Larcher e Marco Vecchiato, è iniziata la quarta sessione del convegno, moderata da Antonio Prestini e Giacomo Strapazzon, con la parte dedicata agli ambulatori di medicina di montagna, con esperienze a confronto. Marco Cavana ha parlato dell’ambulatorio di medicina di montagna di Aosta, nato nel 2006 per opera di Guido Giardini. È stato un precursore, occupandosi di ipossia, freddo, patologie croniche, lavoro in alta quota, disabilità, professionisti della montagna, turismo di alta quota, alpinisti di élite e operatori del CNSAS. Funziona su due livelli: 1° livello (anamnesi, esame obiettivo, elettrocardiogramma) e 2° livello con il test in ipossia secondo Richalet. Giacomo Strapazzon ha parlato dell’ambulatorio di medicina di montagna dell’Eurac di Bolzano (Mountain Clinic), nato nel 2026. Anche in questo caso vi possono accedere persone che lavorano in montagna, alpinisti, agonisti, soggetti affetti da patologie croniche, soprattutto cardiopatici, bambini, gravide, pazienti affetti da malattie neurologiche. L’ambulatorio si avvale del simulatore Terra X Cube. Nel settembre 2026 partirà un progetto di studio sui lavoratori in alta quota che durerà fino al 2029. L’ambulatorio è convenzionato con tutte le regioni italiane. Viene effettuato il test da sforzo sottomassimale in ipossia (4800 metri). Vengono effettuate visite di controllo dopo il ritorno di un eventuale viaggio extra-europeo. Strapazzon ha fatto presente l’importanza di creare una rete tra i vari ambulatori esistenti di medicina di montagna per avere indicazioni più precise. Molto importante è il follow up.

Presso l’ASL 1 di Belluno è stato creato un ambulatorio di medicina di montagna. Un altro esiste a Gemona (Ud).

Antonella Bergamo e Paolo Acler della commissione medica della SAT di Trento, hanno parlato del “Punto Salute SAT”, inaugurato nel mese di maggio 2023, con l’intento di creare una cultura dello stare bene in montagna. Si tratta di un punto di riferimento sia per soci sia per non soci della SAT.

L’alpinista Mario Vielmo ha concluso il convegno con un intervento dedicato alla sua salita sui quattordici 8000 realizzata senza l’utilizzo di ossigeno supplementare.

 

30.08.26

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Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

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