Dal roccolo antico, un tempo utilizzato come postazione per la caccia agli uccelli, a quello moderno, trasformato in un osservatorio ornitologico per seguire le rotte migratorie. È nata con questa spiccata vocazione ecologica e “green” il Roccolo di Arfanta, un prezioso e discreto gioiello della biodiversità incastonato tra le colline di Conegliano Valdobbiadene, di proprietà della famiglia Fabris.
Se in passato nel territorio collinare e in gran parte del Nord Italia erano attivi roccoli destinati all’approvvigionamento alimentare, la svolta scientifica di queste strutture è iniziata in un passato piuttosto lontano. Fu nell’Ottocento che la famiglia Fabris – che da ben quattro generazioni gestisce la storica distilleria Da Ponte – decise di mutare la destinazione di tali opere per scopi prettamente di studio e di ricerca. Vennero così costruiti a Colle Umberto, in località Col di Manza, proprio nei pressi della villa, un tempo legata alla figura di Tiziano, i primi roccoli intesi come stazioni dedicate all’ornitologia, inaugurando una vera e propria passione dinastica.
Questa vocazione è stata ereditata e portata avanti da Pier Liberale Fabris il quale, nel 1956 a soli 31 anni, decise di trasferire la stazione di osservazione in una posizione geografica strategicamente migliore per monitorare le rotte migratorie. Individuò il luogo ideale sulle colline dell’Alta Marca Trevigiana, precisamente a Poggio Bello, una frazione del comune di Tarzo. In questo splendido scenario, su una superficie che oggi si estende per ben quattro ettari di vegetazione incontaminata, venne edificato l’attuale Roccolo di Arfanta.
Il sito si presenta come un autentico salotto naturale di straordinario fascino, protetto e recintato per salvaguardare l’oasi sia dall’ingresso di predatori (come volpi, topi e gatti) sia da intrusioni umane intenzionate a danneggiare questo delicato ecosistema. Qui la sapiente architettura vegetale si esprime attraverso una ragnaia geometrica composta da oltre 1.200 piante di carpine bianco, un elemento decorativo e funzionale tipico dei giardini storici all’italiana. La struttura è circondata e arricchita da alberi ad alto fusto, piante da frutto e specie arboree secolari tra cui querce, castagni, roverelle, olmi, gelsi, cachi selvatici e il caratteristico sorbo dell’uccellatore. Questo microcosmo offre un ambiente ideale e un’accogliente dimora per la fauna locale e per gli uccelli di passaggio, che vi trovano rifugio e sostentamento, immersi in un sottobosco florido punteggiato dai colori di ciclamini, margherite, primule e fiori di campo, dove la proliferazione spontanea di funghi testimonia la conservazione dell’ambiente.
Negli anni ’70, grazie a una stretta collaborazione tra la famiglia Fabris, la Provincia di Treviso, la Regione Veneto e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica di Bologna (oggi ISPRA), il roccolo ha ottenuto lo status ufficiale di osservatorio scientifico ornitologico a tutti gli effetti. Oggi questo avamposto della biodiversità è curato e amministrato con immutata dedizione da Francesco Fabris, figlio di Pier Liberale, che porta avanti il testimone, avendo cura del territorio. L’arte di progettare, far crescere e mantenere un roccolo, d’altronde, assomiglia molto alla distillazione della grappa: richiede esperienza, profonda conoscenza, rispetto assoluto della natura e dei suoi ritmi lenti e costanti, gli unici capaci di ripagare l’uomo con doni meravigliosi.
IL PROGETTO E IL FUTURO
Recentemente, il valore artistico e ambientale del Roccolo di Arfanta ha ottenuto un importante riconoscimento attraverso l’iscrizione e la tutela da parte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Regione Veneto, che ne sorveglia l’integrità anche in virtù della presenza di una quercia plurisecolare e di piante di carpine bianco tutelate. «L’iscrizione alla Soprintendenza rappresenta un impegno e un sacrificio condiviso per tutte le parti in causa», spiega Francesco Fabris, «sia per l’ente pubblico preposto alla tutela, sia per il detentore del bene, chiamato a garantirne quotidianamente la manutenzione manuale, la conservazione e l’integrità in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato».
Grazie al supporto del Corpo Forestale di Treviso, che ha blindato la protezione dell’intera area di quattro ettari, Francesco sta ora lavorando a un progetto ancora più ambizioso: fare in modo che questa riserva naturale, già incastonata nel cuore del territorio collinare dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO per il suo paesaggio culturale, riceva a sua volta un esplicito e specifico riconoscimento internazionale come patrimonio mondiale. “Il mio sogno a breve termine” confida Fabris “è che questa oasi naturale, unica nel suo genere in Italia, diventi una tappa stabile e riconosciuta all’interno dei percorsi turistici e culturali delle nostre colline. E, per il futuro, che possa essere dichiarata patrimonio globale a testimonianza della lungimiranza, del lavoro e dell’amore filiale e universale verso l’ambiente dimostrato da mio padre. Questa è la sfida che ho orgogliosamente raccolto”.
UNA TRADIZIONE FAMILIARE
Per Francesco Fabris, appassionato cacciatore, attuale proprietario anche della storica distilleria Andrea Da Ponte, la cura del roccolo rappresenta un impegno intimo che dura ormai da oltre 35 anni, ma le cui radici emotive sono ancora più profonde. Fin dall’età di sette anni, infatti, Francesco osservava con stupore la straordinaria sensibilità e la maestria tecnica con cui il padre Pier Liberale operava all’interno della struttura: gli uccelli migratori venivano catturati temporaneamente, studiati e manipolati con estrema delicatezza e rispetto, per poi essere immediatamente inanellati e liberati affinché potessero proseguire in sicurezza il loro lungo viaggio migratorio.
Quello che agli occhi di un bambino poteva inizialmente apparire come un affascinante gioco all’aria aperta si è presto trasformato in un imprinting etico e scientifico indelebile. “Questo imprinting mi ha guidato nella vita e mi ha spinto a mantenere, proteggere e sviluppare la medesima passione.” Racconta Fabris. “Quando, a metà degli anni Ottanta, ho ricevuto in eredità l’osservatorio, ho avvertito il dovere morale di custodire, con la stessa identica sensibilità di mio padre, questo ecosistema perfetto, preservandone gli equilibri biologici, la biodiversità e le splendide forme architettoniche vegetali”. Il roccolo di Arfanta è l’espressione più eloquente dell’amore che si può nutrire verso la bellezza e la natura.