A Bergamo, il 10 gennaio 2026 è stato organizzato presso l’Auditorium “Lucio Parenzan” dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII il convegno dal titolo “Il paziente ipotermico e la valanga: gli algoritmi EBM, la realtà tecnico-operativa, la rete delle strutture di soccorso e trattamenti, i principi bioetici”.
Dopo i saluti delle Autorità presenti, tra i quali quello di Marco Astori, neopresidente del CNSAS Lombardo, è stato proiettato un filmato realizzato dal CNSAS Lombardia e Veneto dal titolo “Il soccorso in valanga: uomini, tecnologie, problematiche” che ha illustrato le varie fasi di un intervento in valanga.
Alberto Zoli, direttore generale dell’ospedale di Niguarda e Medical Care Manager per la Regione Lombardia in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, ha preso la parola per parlare di “Logistica e sicurezza durante le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026: le prime con lo sci-alpinismo come disciplina olimpica”. Il Medical Care Manager è il referente per tutto quanto riguarda i servizi medici per i Giochi Olimpici invernali in Lombardia.
Due sono gli interlocutori per organizzare l’assistenza sanitaria Regione Lombardia e CIO. Il CIO comanda in modo prescrittivo. Tutto è scritto in ogni minimo dettaglio. Niguarda è l’ospedale olimpico per la Regione Lombardia. L’Ospedale Niguarda è nel pieno di un’importante fase di riqualificazione, con interventi che porteranno alla creazione di un nuovo flusso di assistenza dedicato agli atleti, ai paratleti e ai membri delle delegazioni olimpiche.
Nel luglio del 2025 il CIO ha effettuato una visita ispettiva. Più di ottocento persone saranno impegnate in un giorno qualsiasi nel corso delle Olimpiadi Invernali. Per ogni campo di gara vi saranno due Medical Station. Sono previsti tre villaggi olimpici: Milano, Bormio e Livigno. Sette saranno le sedi competitive. Vi sarà un servizio di assistenza per il pubblico pagante e un’altro per quello vagante. I policlinici olimpici saranno a Milano, Bormio e Livigno a disposizione di atleti e family. Si tratta di strutture modulari, dotate di 700 metri quadrati ciascuna, con varie specialità. A Niguarda vi sarà il Pronto Soccorso Olimpico, separato da quello generale. È stato messo a punto un sistema di teleconsulto con i professionisti di ASST GOM di Niguarda in caso di necessità di consulto specialistico. È prevista la Centrale Olimpica (Main Operation Center, MIO). Nel 2025 sono stati effettuati gli Event Test per verificare l’organizzazione, in particolare la catena dei soccorsi. L’attività degli Event Test ha permesso di valutare i campi di gara e il Servizio Sanitario dedicato all’assistenza in quegli ambienti specifici, ma soprattutto ha consentito di riflettere su quanto svolto e di evidenziare spunti di miglioramento sia in termini di risorse umane e materiali, sia per gli aspetti logistici e organizzativi. È stato un grande lavoro di squadra.
Quotidianamente è stato necessario procedere con consegna accrediti, briefing pre-attività, condivisione delle procedure operative e illustrazione della modulistica Milano-Cortina, debriefing al termine delle attività e invio del report quotidiano sanitario ai referenti.
È stato creato un ecosistema digitale dedicato alle Olimpiadi. Molta sarà la tecnologia a disposizione. Per esempio, un robot chirurgico potrà servire per interventi urgenti a distanza con il supporto di professionisti di ASST GOM di Niguarda. L’uso dell’AI ha previsto gli infortuni degli atleti.
L’organizzazione che è stata messa in campo ha seguito da una parte le linee guida del CIO e dall’altra l’esperienza maturata sui grandi eventi nel corso degli anni.
La prima sessione del convegno dal titolo “Gli algoritmi basati sull’evidenza scientifica” è stata moderata da Hermann Brugger, vicedirettore dell’istituto di Medicina di Urgenza in Montagna dell’Eurac di Bolzano, e Marco Salmoiraghi, direttore sanitario del CNSAS.
Fabiano Monti, nivologo e previsore di valanghe di Livigno, ha preso la parola per parlare di “Dalla valanga al decision making: strumenti, limiti e strategie”. Il relatore ha illustrato un metodo messo a punto per valutare il manto nevoso da remoto in modo digitale. Le valanghe sono un evento raro. Nel 90% degli incidenti da valanga è la vittima stessa che ha provocato il distacco. Il maggior pericolo per gli sciatori e per gli sci-alpinisti è rappresentato dalle valanghe a lastroni. Lo strato più debole di neve persistente che sta sotto nel manto nevoso permette a quelli che stanno sopra di scivolare e provocare il distacco della massa nevosa. La neve appena caduta non si lega con gli strati già presenti. Le valanghe a lastroni si formano seguendo alcune fasi: la fase di danneggiamento, l’iniziazione della frattura, la propagazione, la propagazione dinamica e il distacco.
Molto spesso gli incidenti avvengono in contesti inimmaginabili a causa dell’instabilità della neve. La variabilità spaziale laterale della neve varia molto. In funzione delle diverse tipologie di neve si instaurano problemi di instabilità del manto nevoso. Il bollettino valanghe è un ottimo strumento in grado di fornire il grado di pericolo a livello regionale, assicurando utili indicazioni di massima. Per muoversi bene sul terreno innevato occorre tener conto della prevedibilità del manto nevoso, della possibilità di valutare le condizioni della neve e del grado di conoscenza delle condizioni effettive presenti. Il 69% degli incidenti avviene su pendii comunemente frequentati nel corso della stagione dalle vittime. La percezione del rischio sembra avere poco a che fare con la presa di decisioni in modo razionale, le persone tendono a vedere rischi dove non ce ne sono e a non vederne dove, invece, ci sono. Non sempre si ha l’adeguata lucidità nel valutare lo stato di un pendio.
Giacomo Strapazzon, direttore della Mountain Clinic dell’Eurac di Bolzano, ha parlato di “Update sulle evidenze e le linee guida sulla gestione del travolto da valanga: differenze e similitudini con il paziente ipotermico e l’impatto dell’AVReCh”. Un individuo sepolto da una valanga sopravvive solo se la testa o il torace sono parzialmente sepolti. Quasi sempre i travolti sono anche vittime di traumi. Il 75% dei decessi avviene per asfissia. Il 30% muore, invece, per trauma (seconda causa di morte) dovuto alIa valanga. ll tipo di neve condiziona la curva di sopravvivenza, che varia a seconda delle aree geografiche (Italia, Svizzera, Canada). I vari device in commercio sono in grado di diminuire del 50% la mortalità. La presenza di una sacca d’aria davanti alla bocca del travolto (air pocket) costituisce un fattore prognostico favorevole. La cosa più importante è cercare di liberare il prima possibile le vie aeree nel travolto. La misurazione transesofagea della temperatura corporea è molto importante. È importantissimo verificare se l’arresto cardiaco di una vittima di valanga è stato causato dall’asfissia o dall’ipotermia. La seconda ipotesi ha, infatti, una maggiore probabilità di sopravvivenza. Va sempre verificata l’idoneità del riscaldamento mediante ECLS. L’introduzione di check list e dell’Hope Score è di grande aiuto. I pazienti colpiti da ipotermia accidentale severa possono venire indirizzati presso un centro ospedaliero dotato di ECMO. La percentuale di sopravvivenza di travolti da valanga in arresto cardiaco e ECLS è più bassa (12%) rispetto alle altre cause di ipotermia (47-100%). Fondamentale è il ruolo della prevenzione e dei presdi di autosoccorso.
Serena Ruberti, direttrice AAT 118 ed Elisoccorso di Sondrio, ha parlato di “Un caso esemplificativo: la valanga in Val Fonda con diversi sepolti”. La relatrice ha raccontato la sua esperienza in occasione di un soccorso in valanga avvenuto quando era agli inizi della sua attività di medico d’urgenza. Infatti è stato il primo intervento della Ruberti in un travolgimento da valanga. Il contesto di un incidente da valanga con più sepolti è molto complesso. Serve adottare una strategia corretta. La val Fonda si trova nelle Dolomiti, non lontano da Auronzo di Cadore, ai piedi del monte Cristallo, un luogo suggestivo e adatto alla pratica dello sci-alpinismo. Il 20 marzo del 2015 una valanga si è staccata nei pressi della forcella Cristallino e ha sepolto alcuni sci-alpinisti. Si sono attivati i soccorsi e, dopo circa trenta minuti, sono giunti sul luogo dell’incidente due elicotteri: quello del SUEM del Veneto e quello dell’Aiut Alpin Dolomites. Tre gli sci-alpinisti che sono deceduti, rispettivamente di 29, 36 e 43 anni, nonostante le cure dei soccorritori sopraggiunti tempestivamente sul posto. Uno dei sepolti aveva una temperatura corporea epitimpanica di 26°C, è stato intubato e trasportato in ospedale dove è deceduto.
La relatrice ha voluto fare alcune riflessioni personali. Nel soccorso in valanga servono fiducia, affiatamento, collaborazione e una squadra che lavora in sintonia. Occorre un impiego razionale delle risorse presenti. L’intervento di soccorso in valanga verte su corsa contro il tempo, gestione coordinata dei gruppi di soccorso, ricerca e disseppellimento, decisione clinica. In considerazione della peculiarità e della relativa infrequenza dell’evento valanghe, per esitare in un risultato positivo tutto deve essere gestito con il massimo livello possibile di formazione e di organizzazione. In loro assenza il soccorso in valanga rimarrà sempre un problema di difficile soluzione. La mortalità negli incidenti stradali è di tre soggetti ogni 100 incidenti, mentre l’incidenza di decessi per valanga è 56 soggetti ogni 100 incidenti. Più un evento è infrequente, maggiori sono le possibilità che il motore della macchina organizzativa “picchi in testa”, quindi è fondamentale conoscere quali siano realmente le forze che possono essere messe in campo, la loro dislocazione territoriale, i reali tempi di risposta e di intervento, la capacità di intervento dei singoli Enti. La certificazione per la RCP BLS prevede un percorso certificato e riconosciuto. Il primo modo per poter ottimizzare le risorse e i tempi di intervento è quello di dotare i sistemi di soccorso sanitario di una procedura operativa. Si può pensare a un documento interregionale che preveda una flow-chart condivisa inerente: informazioni da raccogliere, criteri di attivazione, tipologia di mezzi impiegabili, ospedali di destinazione in base al quadro clinico. Serve una uniformità di risposta, con una possibile analisi comparativa degli eventi. A oggi un protocollo nel quale sia codificata la sequenza delle azioni da intraprendere in caso di incidente in valanga è presente in poco più del 60% delle sale operative 118 coinvolte. Ancora meno sono i protocolli d’intesa operativi condivisi tra gli Enti/istituzioni che possono intervenire in caso di eventi valanghivi. Un impegno razionale delle risorse può derivare da una corretta gestione dei flussi di comunicazione, da un’approfondita conoscenza delle risorse disponibili, dall’esistenza di protocolli operativi (anche interregionali), dalla formazione del personale, dall’analisi degli eventi (revisione delle procedure) e dalla pianificazione. In Italia fino a oggi a partire dall’inizio del 2025 ci sono stati otto decessi in valanga.
È, poi, seguita la seconda sessione del convegno dal titolo “L’organizzazione tecnica e sanitaria del soccorso”. Moderatori sono stati Paolo Rosi, direttore Dipartimento Regionale SUEM 118 Veneto e Gianluca Ghiselli, Head of Medical Services Milano Cortina 2026.
Ha preso la parola Angelo Giupponi, direttore SC Elisoccorso AREU Regione Lombardia e presidente HEMS Association, presentando una relazione dal titolo “L’allarme, l’organizzazione del soccorso, il protocollo di intervento; possibile impiego razionale delle risorse?” Il soccorso in valanga è sempre un problema. Infatti, non si riesce a fare grande esperienza, essendo un evento raro. È sempre una corsa contro il tempo. Non sempre è facile fare arrivare le persone sul luogo dell’incidente. Non sempre c’è connessione. L’autosoccorso è molto importante. L’allarme viene dato dalla centrale del 112 che lo deve smistare. È importante la conoscenza delle aree montane. Ci si deve saper rapportare e coordinare parlandosi. Non ci si deve affidare all’improvvisazione, come spesso avviene. Andrebbero codificati i criteri di attivazione dei soccorsi e si dovrebbe poter parlare con le varie organizzazioni.
François Albasini, medico dell’ANMSM, Università di Grenoble, membro della commissione medica della Cisa-Ikar, ha parlato di “The plan: the first victim of the crisis”. La pianificazione di un soccorso può essere utile o dannosa. Serve individuare in modo immediato la soluzione di un problema.
La disorganizzazione uccide. Serve definire i criteri del triage. Vanno sviluppate e valorizzate le capacità umane. Il relatore ha sottolineato l’importanza del briefing giornaliero. Il training è di importanza fondamentale per migliorare la qualità dei soccorsi.
Francesco Valgoi, Istruttore Nazionale della Scuola Tecnici (SNaTe) del CNSAS, ha parlato di “Problematiche organizzative e tecniche in un soccorso per travolti da valanga”. Il soccorso in valanga costituisce un intervento statisticamente poco frequente, ma molto complesso. Crea sempre una forte attivazione e un certo stress in tutte le figure coinvolte. Non è sempre facile mantenere la giusta freddezza e lucidità per gestire al meglio le molteplici variabili che si presentano. Le principali informazioni necessarie ad attivare un soccorso sono: dove, cosa e quando è accaduto l’evento, quanti sono i travolti, quanti i superstiti, chi sta chiamando (astante, superstite), dove si trova colui che chiama. Spesso le informazioni sono poco attendibili o poco chiare. Prima di lasciare la base si deve controllare l’accensione degli ARTVA che vanno provati e verificare se sono presenti tutti i materiali. La preparazione e l’addestramento sono la chiave per non subire gli eventi ma per prevederli. Un’attiva gestione delle risorse può ottimizzare i tempi di intervento in valanga. Dopo il decollo si deve instaurare una comunicazione chiara e assertiva tra le varie componenti, esprimendo in modo chiaro esigenze, timori e difficoltà. Vanno analizzate le possibili problematiche relative a: evoluzioni meteo (nuvolosità, precipitazioni, vento), minuti di volo residui (carburante, punti di rifornimento), buio e limitazioni delle operazioni speciali. Il tempo scorre rapidamente in valanga, le giornate sono corte e l’inverno gioca brutti scherzi. Il processo decisionale va definito solo sul campo. Effettuare sempre un attento sorvolo sulla zona per identificare eventuali pericoli di valanga sovrastanti il luogo dell’intervento, comprendere al meglio la dinamica, il numero e la posizione dei coinvolti, capire per quanto possibile i limiti della valanga. Una situazione troppo pericolosa non deve per forza essere affrontata. Al momento dello sbarco vanno considerati livello di pericolosità del luogo, dimensioni e morfologia della valanga, attendibilità delle informazioni. Va verificato se il travolto è stato localizzato grazie all’autosoccorso e se ha dispositivi per essere individuato facilmente. I dati raccolti, la preparazione e l’esperienza aiutano a non commettere errori. Muoversi in valanga è faticoso. È d’aiuto l’utilizzo di sci o di ciaspole. Vanno considerati il livello di pericolosità e la lunghezza del percorso da affrontare, la quantità di materiale necessaria, le modalità, i tempi e i presidi che servono al trasporto dei travolti. Dopo lo sbarco vanno raccolte informazioni, individuate le priorità e gestite le comunicazioni a terra e verso l’elicottero. Vanno organizzati l’arrivo di altri elicotteri con relativo personale e quello degli operatori del CNSAS di supporto. Le tecniche applicabili in valanga sono: ricerca vista-udito, ricerca UCV, ricerca ARTVA, ricerca con sondaggi primari su zone prioritarie. La collaborazione e la visione comune di tutte le componenti permettono di essere pronti a gestire le variabili in modo tempestivo. Imparare dalle esperienze degli altri è un privilegio da non sottovalutare. L’intervento perfetto, comunque, non esiste.
La terza sessione del convegno è stata moderata da Giovanni Cipollotti, esperto in tematiche di emergenza urgenza sanitaria, membro Consiglio Direttivo HEMS Association, e da Marco Astori.
Daniele Poole, medico UOSD Terapia del Dolore, Ospedale S. Martino di Belluno, ha parlato di “Linee Guida: dalle evidenze alle raccomandazioni”. Il relatore ha descritto gli algoritmi che sono stati creati per soccorrere i travolti da valanga e ha passato in rassegna tutte le linee guida.
Maurizio Mori, presidente della Consulta Nazionale di Bioetica, ha parlato di “Principi bioetici e soccorso in valanga: utopia o necessità?”. Una corretta etica del soccorso porta a coordinare nel migliore dei modi le varie azioni. Quindi si può parlare di etica del soccorso anche in valanga. Vanno previste le condizioni in cui il soccorso è fattibile. Sicuramente il soccorso è un atto altruistico, basato sull’etica del soccorritore che cerca di salvare la vita alla vittima di un incidente. Si deve cercare di garantire livelli adeguati di soccorso.
Mariella Immacolato, medico legale, Direttivo Consulta di Bioetica Onlus, ha parlato di “Valanga ed emergenza sanitaria: limiti dell’intervento e possibili implicazioni medico-legali”. La valanga è un evento improvviso, ad alta energia, che genera uno scenario di emergenza complesso, caratterizzato da elevato rischio residuo e necessità di decisioni rapide in condizioni estreme, con rilevanti implicazioni sanitarie e medico-legali per chi interviene. Tra gli obiettivi della presentazione, comprendere i limiti dell’intervento e il ruolo delle LG e dei protocolli, dare indicazioni generali su quando iniziare o interrompere la rianimazione, chiarire le responsabilità medico-legali e capire cosa tutela il soccorritore. Si devono comprendere i limiti dell’intervento, un equilibrio difficile da raggiungere. Vanno valutati la proporzionalità dell’intervento, la fattibilità tecnica, la sicurezza del team e la rapidità decisionale. Il principio di sicurezza è un principio etico e giuridico. La vita dei soccorritori viene prima. Il rischio residuo guida le decisioni. Un intervento eccessivo o sproporzionato può essere biasimabile tanto quanto uno insufficiente. Non vanno effettuate manovre per le quali non si è formati. La legge non pretende eroismi, ma comportamenti proporzionati. Le raccomandazioni basate su evidenze scientifiche (Ikar, ERC, UIAA) vengono elaborate da società scientifiche o da enti istituzionali. Non sono prescrittive, ma orientano le decisioni. Non coprono tutte le variabili, sono flessibili. Richiedono contestualizzazione, adattamento a ogni singolo caso. Non descrivono nel dettaglio ogni passaggio operativo. Possono esistere deviazioni legittime quando la sicurezza è compromessa, quando le condizioni ambientali sono avverse e le risorse insufficienti. Tali deviazioni sono difendibili se motivate e documentate. Le linee guida non sostituiscono il giudizio professionale, ma lo supportano. I protocolli sono documenti operativi vincolanti che definiscono chi fa cosa, come e quando. La LG dice cosa è raccomandato fare, “cosa sarebbe ideale fare”. Ci si può discostare se ve n’è motivo. Il protocollo dice come farlo, dove e da chi, “come si deve operare in quella squadra”. Si può disattendere l’indicazione solo se davvero non esiste alternativa. Lo stato di necessità tutela scelte proporzionate, ragionevoli e coerenti con l’urgenza dello scenario, non autorizzando qualsiasi comportamento. Il contesto conta più dell’esito. Se per salvare una vita (stato di necessità) si compie un’azione che in condizioni normali sarebbe illecita, la legge non punisce il soccorritore. Si tratta di una protezione molto forte nelle situazioni di emergenza. Serve documentare le decisioni, ovvero i tempi, le condizioni ambientali, i rischi e le motivazioni. Si deve documentare durante l’intervento, subito dopo, entro fine turno e mai il giorno dopo. Il verbale dell’intervento di soccorso ha valore medico-legale. Annotare tempi, decisioni e condizioni ambientali consente di ricostruire l’evento e tutela gli operatori coinvolti.
La terza sessione del convegno dal titolo “Realtà attuali e futuri modelli di sviluppo: la rete”. Moderatori sono stati Andrea Mina, direttore 118 Alessandria ed Elisoccorso Piemonte, Azienda Sanitaria Zero, referente Comitato scientifico HEMS Association, e Luca Lorini, direttore Dipartimento di Emergenza Urgenza e Area critica, ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
Mauro Del Romano, medico AREU, CNSAS, Elisoccorso Como e comitato scientifico HEMS Association, ha parlato de “L’organizzazione della rete per il trattamento del paziente ipotermico: confronto tra modelli”. Pur in presenza di sistemi sanitari e assetti di emergenza non sovrapponibili dal punto di vista organizzativo, emerge una notevole omogeneità nella gestione del paziente con ipotermia accidentale: criteri simili di valutazione clinica e decisionale, impostazione comparabile del soccorso pre-ospedaliero e dell’indirizzamento verso centri ECLS, adesione progressiva alle raccomandazioni, utilizzo di strumenti prognostici condivisi (HOPE score o, dove non ancora implementato, criteri basati su K+ e contesto).*
Lorenzo Grazioli, medico anestesista, responsabile SS Anestesia e Rianimazione Cardiochirgica dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha parlato di “Ospedale Hub per il trattamento dell’ipotermico grave: accettazione e trattamento di una patologia rara e ad alta intensità di cura”. In Lombardia esistono tre centri che curano l’ipotermia accidentale e undici Ecmo Center.Al di sotto di 32°C il corpo umano entra in una fascia di rischio. È opportuno che tutti gli operatori sanitari parlino la stessa lingua e va messo ordine dove l’ordine non c’è. Servono centri con esperienza comprovata, protocolli dedicati, una cardiochirurgia affidabile, un approccio multidisciplinare e un’eccellente comunicazione con i servizi di emergenza pre-ospedaliera. Centralizzando si ottiene una maggiore sopravvivenza. Si deve decidere se e quando mettere un paziente in ECMO. La formazione continua aiuta a ridurre i tempi e ad essere più precisi.
Esistono differenze significative tra arresto cardiaco ipotermico ed arresto cardiaco normotermico. I pazienti in arresto cardiaco ipotermico extra-ospedaliero ha una maggiore percentuale di sopravvivenza con una migliore prognosi neurologica rispetto ai soggetti con arresto cardiaco normotermico avvenuto al di fuori dell’ospedale. I criteri ECLS stabiliti per gli individui normotermici non dovrebbero essere utilizzati per i pazienti ipotermici. Nei pazienti in arresto cardiaco non testimoniato, asistolia, long no flow e low flow, età superiore a 70 anni e con basso EtCO2 non vi sono controindicazioni all’ECLS per i pazienti in arresto cardiaco ipotermico. Il riscaldamento mediante ECLS produce risultati soddisfacenti nei pazienti in ipotermia severa. L’Hope score è predittivoNel corso del 2025 sono stati effettuati 90 trattamenti con Ecmo. Non si deve riscaldare “troppo”. Il riscaldamento deve essere più lento, migliorando lo stato del cervello. L’equipe Ecmo di Bergamo ha più di cento persone.
Luca Moroder, NAI EMAR ospedale di Bolzano, Heli Elisoccorso Alto Adige, ha parlato di “Un caso esemplificativo”. Il relatore ha illustrato l’incidente in valanga del Glaitner Hochjoch, nella zona di Racines, avvenuto il 28 febbraio 2024 alle 15,34 con tre dispersi. Si è trattato di una valanga di neve a lastroni di medie dimensioni, esposizione Nord-Ovest, zona di distacco con pendenza di 35°-40°, con neve ventata e vecchia. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti tre elicotteri (Pelikan 2 e Pelikan 3 e Aiut Alpin Dolomites Hems). Cruciali sono stati il lavoro svolto della Centrale del 112 e il team work. In presenza di un accumulo, la profondità del seppellimento era elevata. Il paziente 1, maschio di 24 anni, presentava una gamba esposta verso l’esterno per 40 centimetri, GCS 8, segni vitali e circolo presenti, temperatura timpanica di 20,8°C. Trasportato presso l’ospedale di Bolzano è stato trattato con riscaldamento attivo con coperta termica e CoolGuard. È stato dimesso in condizioni cliniche stabili senza deficit. Il paziente 2, femmina di 24 anni, è stato trovato mediante ARTVA a una profondità di 160 centimetri in posizione prona con gemiti. Il GSC era inferiore a 8 e la temperatura transesofagea era 20,1°C. Il travolto era in apnea e con FV fine. È stata praticata RCP. Trasportata presso l’ospedale di Bolzano, è stata trattata con Ecmo veno-arteriosa femorale-femorale. È stata dimessa dall’ospedale dopo tre giorni in condizioni cliniche stabili con un minimo di deficit della mano destra per sospetto congelamento. Il paziente 3, maschio di 24 anni è stato trovato tramite ARTVA a una profondità di 270 centimetri. Non presentava alcuna cavità di aria, era in asistolia. È stata praticata RCP per trenta minuti. Poi, è stato deciso di interrompere le manovre rianimatorie e di trasportare la salma a valle. Tra il 2020 e il 2025 sono stati effettuati 42 trattamenti con Ecmo: 10 vvEcmo, 32 va Ecmo (14 eCPR, 6 HTCA). Si sono avuti nove casi di ipotermia stadio III e IV, dei quali tre trattati con riscaldamento attivo.
Il tempo del trasporto in ospedale è stato rapido, inferiore a 20 minuti. Di notevole importanza è stata la disponibilità dell’ECMO presente presso l’ospedale di Bolzano. Il relatore ha, poi, illustrato la checklist riguardante l’arresto circolatorio in normotermia (TC superiore a 30°C) e quella riguardante l’arresto cardiaco in ipotermia (TC inferiore a 30°C).