Medicina di Montagna: dalla nascita a iggi

Autore: Giancelso Agazzi

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La medicina di montagna è una disciplina relativamente giovane, che, comunque, affonda le radici in secoli di esperienza umana. In generale, studia gli effetti dell’altitudine, del freddo e della bassa pressione sul corpo umano, nonché i rischi a cui si è esposti durante la pratica sia dell’escursionismo, sia dell’alpinismo.

Fin dall’antichità si conoscevano i disturbi legati all’alta quota, sebbene venissero spesso attribuiti a interferenze mitologiche o divine. Erodoto menzionava soldati persiani con vertigini e difficoltà respiratorie, mentre Aristotele aveva notato la rarefazione dell’aria in alta quota. Viaggiatori come Senofonte, Alessandro il Grande e Annibale affrontarono quote significative, mentre testi cinesi del 30 a.C. parlavano già di «montagne del mal di testa». Il monaco Fa-Hien (334-420 d.C.) descrisse quello che appare come il primo caso documentato di edema polmonare d’alta quota, secoli dopo definito con la sigla HAPE, che sta per High Altitude Pulmonary Edema.

Nel Medioevo, Marco Polo osservò la diminuzione della pressione atmosferica in Asia, e nel 1544 il capo mongolo Morza Muhammed Haider descrisse accuratamente i sintomi del male acuto di montagna nei forestieri. Nel XVII secolo, il missionario Padre José De Acosta descrisse lo stesso disturbo sulle Ande e comprese l’importanza dell’acclimatazione, poi, fortemente comprovata.

I pionieri e la scienza

Il cammino verso la comprensione scientifica dei disturbi che possono comparire in montagna passa per Horace-Bénédict de Saussure, che nel 1787 sul Monte Bianco misurò pressione e frequenza cardiaca, collegando la stanchezza alla rarefazione dell’aria. Dopo la scoperta dell’ossigeno da parte di Priestley e Lavoisier, nel 1802 Alexander von Humboldt ne intuì la carenza sul Chimborazo, a 6268 metri.

Il padre della fisiologia moderna dell’alta quota fu Paul Bert, che nel 1878 pubblicò La Pression Barometrique, dimostrando l’efficacia dell’ossigeno supplementare. In Italia, Angelo Mosso compì ricerche pionieristiche sull’ipossia, sull’apnea notturna e sulla forza muscolare, promuovendo la costruzione della Capanna Regina Margherita sul Monte Rosa, il laboratorio più alto d’Europa (4560 metri). A Joseph Vallot si deve invece l’omonimo osservatorio sul Monte Bianco nel 1890, anno in cui il dr. Wizard effettuò la prima autopsia documentata per HAPE sul corpo del dr. Jaccotet.

Nel XX secolo, studi e spedizioni si sono susseguiti incessantemente:

  • Alexander M. Kellas ipotizzò nel 1917 la scalabilità dell’Everest senza ausili.
  • Rodolfo Margaria condusse studi in camera ipobarica sostenendo l’impossibilità di salire l’Everest senza ossigeno.
  • Thomas Holmes Ravenhill pubblicò nel 1913 il primo resoconto clinico sulle malattie d’alta quota nelle miniere cilene.
  • La Guerra Bianca (1915-18) rappresentò un duro banco di prova sanitario.
  • La Silver Hut Expedition (1960-61), ideata da Sir Edmund Hillary e Griffith Pugh con James Milledge e John West, studiò l’acclimatazione a quote estreme.

L’8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler compirono l’impresa epocale di raggiungere la vetta dell’Everest senza ossigeno supplementare.

Tra le figure di spicco, Paolo Cerretelli ha rappresentato un’autorità mondiale nello studio dell’ipossia cronica con il Comitato Ev-K2-CNR, culminato nell’inaugurazione nel 1990 del laboratorio-osservatorio “La Piramide” in Nepal ad opera di Ardito Desio. Organizzazioni come la Commissione Centrale Medica del CAI (nata nel 1985), la Società Italiana di Medicina di Montagna (SIMeM) e la commissione medica della Cisa-Ikar, fondata nel 1954 da Scipio Stenico e Rudi Campell, continuano tuttora a garantire il progresso e la sicurezza nella disciplina.

Dove siamo arrivati

 

Dagli albori della disciplina sono stati fatti grandi progressi per quanto riguarda la conoscenza e la gestione delle malattie legate all’alta quota, gli interventi di primo soccorso e le linee guida che consentono di fare escursioni anche alle persone colpite da malattie croniche. Le principali condizioni rischiose a cui è possibile andare incontro in alta quota sono:

  • Male acuto di montagna (AMS). Si manifesta con cefalea, nausea, capogiri, inappetenza, spossatezza.
  • Edema cerebrale d’alta quota (HACE). Si manifesta con confusione mentale e altre alterazioni neurologiche
  • Edema polmonare d’alta quota (HAPE). Si manifesta con gravi difficoltà respiratorie
  • Traumi
  • Seppellimenti da valanga
  • Ipotermia
  • Congelamenti
  • Infarto del miocardio.

 

 

In relazione, invece, alla possibilità di frequentare la montagna per i trapiantati d’organo, i cardiopatici, i diabetici, gli ipertesi oggi sono state individuate precauzioni che consentono loro di non rinunciarvi. Questo anche alla luce degli ultimi studi che si sono focalizzati sugli effetti delle escursioni così benefici da suggerire i termini “montagnaterapia” e “terapia forestale”, entrambe in grado di favorire il benessere generale sia fisico, sia psichico.

 

 

La prevenzione in alta quota

 

La più attuale risorsa della medicina di montagna è rappresentata dalla prevenzione, più di preciso, dalle indicazioni che sono state messe a punto per permettere una frequentazione della montagna sicura.

 

Ecco in principali suggerimenti:

 

Pianificare e consultare il meteo (es. meteo AM) l’itinerario in anticipo perché è la migliore strategia per non smarrirsi.

Informare qualcuno del percorso e dell’orario previsto per il rientro.

Scegliere itinerari adeguati al proprio livello di preparazione atletica.

Portare nello zaino cellulare con GPS e power bank, ma anche una mappa cartacea.

Individuare vie di fuga o percorsi alternativi, se non ce ne sono, meglio cambiare itinerario.

Indossare un abbigliamento e calzature adeguati sia al percorso, sia alla temperatura esterna, anche in previsione di cambiamenti meteorologici

 

Usare bastoncini da trekking.

Indossare occhiali da sole certificati.

Portare un kit di primo soccorso, una coperta termica, una lampada frontale.

Bere regolarmente e consumare qualche frutto. Consuma qualche frutto per il suo contenuto di sali minerali.

Mangiare poco e spesso, scegliendo cibi digeribili ed energetici.

Durante l’escursione avanzare mantenendo un ritmo costante.

Fermarsi quando ci si sente stanchi.

Non imboccare mai scorciatoie non previste dall’itinerario pianificato.

Procedere cautamente su rocce bagnate o ghiaia instabile e, in caso di temporale, allontanarsi da creste o alberi.

 

Imparare le basi dell’orientamento, ovvero a individuare i punti cardinali.

Salire lentamente per prevenire il mal di montagna, tenendo presente che oltre i 2500 metri il rischio di non sentirsi bene aumenta.

Evitare sforzi intensi nei primi giorni in quota.

Ricordare che il mal di montagna si affronta scendendo di quota.

Proteggere la pelle con prodotti ad alto fattore solare.

In caso di malattie cardiovascolari o di altre patologie croniche, confrontarsi con il curante prima della partenza.

 

 

 

 

CHI SONO

Mi occupo di medicina di montagna da oltre trent’anni.

Il mio percorso personale è iniziato nel 1979 alla Scuola Militare Alpina di Aosta come sottotenente medico, seguito nel 1983 da una spedizione in Pakistan con il CAI di Bergamo. Ho approfondito la disciplina seguendo gli insegnamenti della pneumologa Annalisa Cogo e, negli anni ’90, sono entrato nella Commissione Centrale Medica del CAI. Nel 1996 ho frequentato il corso di diploma di medicina di montagna dell’Università di Padova, diretto da Tito Berti con Andrea Ponchia, un’eccellenza formativa nata dopo il convegno “Hypoxia” in Canada.

Nel maggio 1998, durante il congresso internazionale dell’International Society of Mountain Medicine (ISMM) a Matsumoto in Giappone, è nata l’idea di fondare la Società Italiana di Medicina di Montagna (SIMeM), che si è concretizzata nel luglio 1999 ad Arabba insieme ad Annalisa Cogo, Andrea Ponchia, Giancelso Agazzi e Oriana Pecchio.

Nel corso degli anni ho collaborato con importanti realtà internazionali e nazionali: la commissione medica della Cisa-Ikar (grazie a Urs Wiget e Bruno Durrer), la commissione medica dell’U.I.A.A. (grazie a Pietro Segantini), il master in medicina delle spedizioni di Luigi Festi all’Insubria, le attività del GRIMM di Sion e l’EURAC di Bolzano con Hermann Brugger. Oggi il testimone passa alle nuove generazioni, chiamate a fare rete, a essere inclusive e a sfruttare le tecnologie.

 

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Gege Agazzi

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950, di professione Medico. Socio CAI. Commissione Medica CAI Bergamo. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna. Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

Nato a Bergamo il 23 giugno 1950
di professione Medico.
Socio CAI. Commissione Medica CAI. Commissione Medica CISA-IKAR. Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Appassionato di montagna, di viaggi, di medicina di montagna e  di fotografia.

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